
Chi aspetta Gadi Eisenkot per vedere Israele abbassare la guardia rischia una delusione pesante. L’errore consiste nel confondere la possibile fine del governo Netanyahu con la fine di una politica di sicurezza che precede Netanyahu e riguarda responsabilità destinate a ricadere anche sul suo successore.
Il presidente Isaac Herzog ha annunciato la scelta di affidare a Eisenkot il tentativo di formare un governo, con conferimento formale dell’incarico previsto oggi, 8 novembre. La maggioranza deve ancora nascere, ma qualcuno sembra averne già scritto il programma: riconciliazione, soluzione dei due Stati, superamento della fermezza militare. Sono aspettative che dovranno misurarsi con l’uomo scelto per realizzarle.
Eisenkot è stato capo di stato maggiore dell’IDF dal 2015 al 2019. Ha diretto l’esercito israeliano, assunto decisioni operative e lavorato alla difesa del Paese. Il suo curriculum non consente di prevedere ogni scelta futura. Basta però a rendere azzardata l’idea che il suo arrivo rappresenti una disponibilità a sottovalutare Hamas, Hezbollah e il fondamentalismo armato.
Un generale può cambiare strategia. Può ritenere necessario un accordo, scegliere un negoziato, giudicare fallimentare la condotta del governo precedente. Tutto questo appartiene alla politica. Attribuirgli in anticipo una rinuncia alla deterrenza appartiene invece alle illusioni di chi osserva Israele attraverso la sola ostilità verso Netanyahu.
Anche l’eventuale sostegno parlamentare dei partiti arabi va letto attraverso gli accordi che produrrà. Ra’am ha raccomandato Eisenkot nelle consultazioni presidenziali: è un fatto. Quali condizioni verranno poste e quali saranno accettate è la questione politica da seguire. La rappresentanza dei cittadini arabi nella democrazia israeliana non dimostra, da sola, un’infiltrazione islamista; eventuali condizionamenti si misurano sul contenuto delle intese e sulle decisioni del governo.
Chi immagina una maggioranza tenuta insieme da una presunta fratellanza dovrà dunque fare i conti con interessi, programmi e incompatibilità. La sicurezza sarà uno dei terreni decisivi. Su questo terreno, i voti necessari a insediare un esecutivo non cancellano le responsabilità di chi lo guida.
La formula «due popoli, due Stati» richiede la stessa concretezza. Chi la propone deve indicare l’interlocutore palestinese, la sua effettiva autorità e la sua capacità di far rispettare gli impegni. Deve spiegare quali garanzie impedirebbero alle organizzazioni armate di sabotare l’accordo. Senza queste risposte, si annuncia una destinazione lasciando indefinita la strada per raggiungerla.
Il confronto sul futuro di Israele soffre della stessa semplificazione che ha segnato il dibattito sulla guerra. Netanyahu è diventato, per una parte dei suoi avversari, la spiegazione di tutto. Rimuoverlo dovrebbe quindi risolvere tutto. È una lettura politicamente comoda, destinata però a essere verificata nel momento in cui un altro leader dovesse assumere le stesse responsabilità.
Anche sull’uso della parola genocidio serve una memoria meno selettiva. Le guerre recenti hanno prodotto bilanci che devono restare nel confronto pubblico, con dati identificabili e categorie precise.
I bilanci delle altre guerre sono enormi: Brown University stima 281–315 mila morti diretti in Iraq tra il 2003 e il 2023, civili e combattenti; l’OHCHR stima 307 mila civili uccisi in Siria tra il 2011 e il 2021; per lo Yemen, l’UNDP prevedeva 377 mila morti entro il 2021, di cui 223 mila per fame, malattie e collasso dei servizi. Cifre diverse per metodo e periodo, che restituiscono la dimensione della devastazione.
Davanti a bilanci di questa portata, chiedere coerenza è legittimo. Le accuse devono poggiare su criteri applicabili anche quando cambiano i protagonisti e le alleanze. Il numero delle vittime, tuttavia, non stabilisce da solo un genocidio: la Convenzione del 1948 richiede l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto. Per questo una guerra più sanguinosa non esclude il genocidio in un’altra.
Sostenere che altrove nessuno ne abbia mai parlato offrirebbe una smentita immediata: il genocidio degli yazidi commesso dall’ISIS è stato riconosciuto da una commissione d’inchiesta ONU. E l’accusa su Gaza supera ormai il perimetro della polemica di sinistra: nel settembre 2025 una commissione internazionale indipendente d’inchiesta ONU ha concluso che Israele aveva commesso genocidio. Il procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia resta distinto e in corso. Chi contesta quella conclusione deve affrontarne gli argomenti.
È sul terreno delle decisioni concrete che andrà giudicato anche Eisenkot. Quali accordi sottoscriverà, quali condizioni porrà, quale strategia adotterà. Il suo eventuale governo potrebbe cambiare la conduzione della politica israeliana; nessuno può ancora stabilire in quale misura.
Una previsione, invece, è già imprudente: aspettarsi che l’avversario di Netanyahu diventi automaticamente il garante delle aspettative dei suoi critici europei. Eisenkot dovrà rispondere agli elettori israeliani e assumersi la responsabilità della loro sicurezza. Chi prepara il brindisi per un Israele disposto ad abbassare la guardia farebbe bene ad aspettare.
Piero Terracina


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