
Probabilmente già oggi, dopo lo Shabbat, Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, potrebbe ricevere dal presidente Isaac Herzog l’incarico di formare il nuovo governo israeliano. Forte delle 67 raccomandazioni raccolte in Parlamento, proverà a costruire un governo di emergenza nazionale per archiviare la lunga stagione di Netanyahu e spedirlo all’opposizione. Ma Bibi, apparentemente scomparso dalla scena, osserva nell’ombra, pronto a sfruttare ogni passo falso dei suoi avversari. C’è chi lo dà politicamente per finito e chi, più prudentemente, preferisce non scommettere sulla sua uscita di scena. Benjamin Netanyahu, per gli amici Bibi, in questi giorni sembra essersi volatilizzato. Pochi proclami, poche apparizioni, nessuna voglia di mettersi sotto i riflettori. Se ne sta in disparte, a osservare quello che succede, aspettando che siano gli altri a scoprire le carte. E magari a sbagliare qualche mossa. Nel frattempo, Eisenkot ha deciso di tentare l’impresa: mettere insieme un governo di emergenza nazionale capace di chiudere la lunga stagione politica di Netanyahu. “Sono pieno di speranza di ricevere l’incarico per formare un governo”, ha dichiarato, guardando alla decisione di Herzog, attesa per oggi. Il progetto poggia su un’intesa fra quattro forze politiche contrarie a Bibi: Yashar, con 21 seggi, B’Yachad, con 12, i Democratici, con 8, e Yisrael Beytenu, con 7. Totale: 48 parlamentari su 120. Un bel gruzzolo, ma ancora lontano dalla maggioranza, che alla Knesset richiede almeno 61 voti. Per far camminare l’operazione servirà dunque il sostegno di altri parlamentari. I partiti arabi dispongono complessivamente di 19 seggi e hanno contribuito a portare a 67 il numero delle raccomandazioni raccolte da Eisenkot presso Herzog. Ma attenzione: una cosa è indicare un candidato al presidente, un’altra è garantire i propri voti a un suo eventuale governo. Ed è proprio qui che cominciano le difficoltà. Insomma, una costruzione politica che, prima ancora di nascere, deve fare i conti con una complicata partita di incastri, equilibri e convenienze. Ed è qui che, probabilmente, Bibi comincia a drizzare le orecchie. Perché queste partite le conosce a memoria. Sa bene che mettere insieme partiti diversi sotto la bandiera dell’anti-Netanyahu è una cosa, riuscire a tenerli uniti quando si comincia a discutere di programmi, ministeri e poltrone è tutt’altra faccenda. E sa soprattutto che, in politica, non c’è niente di più promettente per chi vuole sopravvivere di una bella lite fra i propri avversari. Così, mentre Eisenkot cerca di convincere gli alleati che il cambiamento è possibile, Bibi può tranquillamente starsene in disparte, magari fingendo persino di non essere interessato alla partita. Come se avesse altro a cui pensare. Ma sarebbe ingenuo scambiare il suo silenzio per una resa. Netanyahu è un animale politico che ha fatto della sopravvivenza una specialità. Quando sembra con le spalle al muro, trova spesso una fessura dalla quale infilarsi nuovamente nella partita. Non ha bisogno di ruggire tutti i giorni: gli basta aspettare che qualcuno gli apparecchi la tavola. Ed eccolo, allora, il nostro Bibi: nascosto nella vegetazione della politica israeliana, con gli occhi puntati sulla preda. Non si muove, non si espone, non spreca energie. Aspetta che la coalizione avversaria si impantani nelle proprie contraddizioni, che qualcuno cambi idea, che un deputato faccia i capricci o che un alleato scopra improvvisamente di avere altre priorità. A quel punto potrebbe uscire allo scoperto e tentare la zampata. Perché il leone, anche quando è ferito, non smette di essere leone. E Bibi, che di ruggiti politici ne ha collezionati parecchi, non sembra proprio intenzionato a consegnare spontaneamente le chiavi della sua tana. Insomma, non diamolo ancora per spacciato. Oggi sembra un leone in letargo, ma potrebbe essere soltanto una pausa prima del balzo. E guai a voltargli le spalle: in politica, Bibi ha dimostrato più volte di saper mordere proprio quando tutti lo credono innocuo.
Angelo Santoro


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