
Devono aver capito l’antifona. Lo spazio per vendere mitragliatrici e carri armati oggi più di ieri si è fatto complicato. Le immagini della guerra entrano nelle nostre case con una violenza che non lascia molto spazio all’indifferenza. E l’ondata di sdegno cresce. Diventa uno tsunami che rischia di travolgere anche chi dalla guerra ha sempre ricavato ottimi affari. Ma c’è un dettaglio che non può essere trascurato: i budget destinati alla difesa dei singoli Paesi non devono diminuire. Quelli sono intoccabili. I fondi devono continuare a circolare. E noi come Pampurio restiamo contenti e magari pure soddisfatti quando ci raccontano che finalmente si potrà ridurre la spesa per l’acquisto di qualche spingarda. Peccato che nel frattempo non abbiamo capito il vero problema. O meglio il vero interesse di chi produce strumenti di morte. Perché forse il punto non è più soltanto vendere armi capaci di uccidere. Il punto è vendere la paura. E la paura è un prodotto che non conosce crisi. Ed eccoli allora pronti a cambiare pelle. In quattro e quattr’otto si inventano o meglio riscoprono le guerre ibride. Quelle che non hanno necessariamente bisogno di eserciti schierati e città rase al suolo. Quelle che possono fare a meno delle grandi battaglie e delle colonne di carri armati. Basta un drone che attraversa un confine. Un sabotaggio. Un attacco informatico. Una centrale elettrica che smette di funzionare. Un aeroporto costretto a fermarsi. Un’infrastruttura che improvvisamente diventa vulnerabile. Non serve necessariamente uccidere. Basta terrorizzare. Basta insinuare il dubbio che nessun luogo sia davvero sicuro e che nessuna normalità sia garantita. La guerra entra così nella vita quotidiana senza bisogno di dichiarazioni ufficiali. Si infila nelle nostre abitudini e trasforma ogni rumore sospetto in una possibile minaccia. Il risultato è lo stesso: la paura cresce e con lei cresce la necessità di difendersi. Naturalmente il colpevole è già pronto. Guarda caso i cognomi sembrano avere spesso un’impronta cirillica. Non che le responsabilità vadano ignorate o che non si debbano individuare i responsabili quando esistono prove. Ma la rapidità con cui si confezionano le spiegazioni dovrebbe almeno suggerirci qualche domanda. Perché nella nuova stagione della paura il nemico deve essere riconoscibile. Deve avere un volto e possibilmente un passaporto. Altrimenti il prodotto rischia di non funzionare. Eccoci serviti. Cambia lo spettacolo ma non cambia il costo del biglietto. Anzi. Il biglietto rischia di diventare ancora più caro perché adesso non dobbiamo soltanto proteggerci dalle armi tradizionali. Dobbiamo difendere le reti informatiche. I porti. Le ferrovie. Gli aeroporti. Le comunicazioni. Le centrali energetiche. Tutto può diventare un bersaglio e tutto può giustificare un nuovo investimento. Il meccanismo è persino elegante nella sua cinica semplicità. Se diminuisce la domanda di carri armati si allarga il mercato della sicurezza digitale. Se le immagini dei bombardamenti suscitano indignazione si può spostare l’attenzione su minacce meno visibili ma altrettanto inquietanti. Se la vendita delle armi tradizionali diventa politicamente imbarazzante si cambia il vocabolario. Non si parla più soltanto di armamenti ma di resilienza. Protezione delle infrastrutture. Sicurezza nazionale. Difesa preventiva. E così il vecchio mercato della guerra trova una nuova vetrina. Magari più pulita e tecnologica. Certamente più presentabile. Ma sempre con un conto da saldare. Fino a ieri eravamo tutti con il naso all’insù per cercare i droni. Oggi continuiamo a guardare il cielo ma per capire se un aereo sta arrivando o se qualcosa lo ha costretto a venire giù. Cambiano le immagini e cambiano le parole con cui ci vengono raccontate. Resta però la stessa sensazione di vivere dentro un’emergenza permanente. La domanda allora non è se dobbiamo difenderci. Certo che dobbiamo farlo. La domanda è chi stabilisce quanto dobbiamo spendere e soprattutto chi trae vantaggio da una paura che sembra non dover finire mai. Perché se ogni nuova minaccia diventa automaticamente una nuova voce di bilancio rischiamo di assistere a un paradosso. La guerra cambia forma ma l’industria che ci gira intorno non perde un colpo. Anzi trova nuove occasioni per crescere. E noi? Noi continuiamo a pagare il biglietto. Anche quando lo spettacolo non lo abbiamo scelto. Anche quando vorremmo soltanto che il sipario calasse una volta per tutte.
Angelo Santoro


La crisi dello Stretto di Hormuz e la sicurezza energetica
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