
Nel mondo, tutto il sapere proviene da due sorgenti: natura e cultura.
Ma almeno da un secolo tutti gli esseri umani sono soggetti all’istruzione obbligatoria. E quindi, i cervelli funzionanti o avariati escono tutti dalla stessa officina, e dalle mani degli stessi meccanici, i professori.
Ma poi, i mezzi d’informazione operano un autentico miracolo; e d’incanto, le colpe del mondo della cultura si volatilizzano.
Dalla catena di montaggio dell’Istruzione escono individui di tutte le razze, buoni ma anche cattivi che si macchiano di crimini efferati, e pure nel mondo della cultura non resta traccia di responsabilità.
Ormai il tenente Colombo non ha più bisogno di lambiccarsi il cervello; è universalmente accettato che nelle democrazie modello Italia, per qualunque crimine c’è un solo assassino, il maggiordomo che abita a Palazzo Chigi, assiduamente frequentato dai potenti della cultura, mercato e finanza per le esercitazioni del tiro al bersaglio.
Intellettuali industriali e banchieri guastano il mondo, poi scelgono con cura il maggiordomo Premier da spedire a Palazzo Chigi e a cui appaltare gli aggiustamenti gattopardiani conservativi.
Consegnano al Premier l’elenco della spesa, e per essere certi che lo sfascio possa solo peggiorare, ci aggiungono il portafoglio pieno di cambiali protestate, con cui finanziare scuola, sanità, previdenza, giustizia, famiglie povere, piccole imprese, carovita, caro carburanti, eccetera eccetera.
Così il nostro tenente Colombo non ha bisogno di andare in giro col suo bassotto per indagare. Va dritto a Palazzo Chigi e ci trova la “maggiordoma assassina e fascista” a prescindere: Giorgia Meloni.
Gli intellettuali formano il popolo bue, gli industriali lo sfruttano e lo affamano per raccogliere profitti dai loro campi, e i Banchieri per strozzarlo di interessi passivi.
E di questo chilometrico elenco di catastrofi c’è un solo colpevole, la “fascista” Meloni.
Se fossero ancora fra noi, il padri della cultura si autodenuncerebbero per crimini contro l’umanità; perché il sapere che ci hanno regalato, è diventato una variabile indipendente impazzita e scivolosa quanto una saponetta che sotto la doccia non si lascia governare.
Bisogna fare attenzione quando si istruisce e si informa un popolo, perché se la cultura non accresce negli individui la responsabilità pari al potere e al denaro che gli produce, sta formando criminali irresponsabili non cittadini democratici capaci di autogovernarsi.
Strombazzare ai quattro venti che la cultura e il bene più prezioso per l’umanità perché forma soggetti intelligenti, è un crimine equivalente al tentato genocidio, se l’istruzione genera ricchezza di sapere ma carestia mortale di intelligenza e responsabilità.
Perché l’irresponsabile con una cultura accademica, sapendo di non rischiare nemmeno una quattro soldi bucata per ciò che dice o fa, non si spacca certo il cervello per produrre utile per gli altri, ma accresce per sé potere e denaro pensando da cane.
Come gli hacker che in Europa hanno devastato i supermercati, le mense scolastiche e persino le banche del sangue, causando danni incalcolabili.
Gli intellettuali esentati da qualunque responsabilità concreta, almeno da un secolo promettono miracoli e consegnato macerie all’umanità.
Mi sa che dei miracoli più deformativi che formativi della cultura, (di cui traggono vantaggi trilionari solo i Paperoni del mercato e della finanza) molti popoli del mondo, straziati da fame, malattia, sfruttamento, persecuzione e guerra, farebbero volentieri a meno.
Franco Luceri
Commento del Prof Carlo di Stanislao
Il sapere senza coscienza
«Scienza senza coscienza non è che rovina dell’anima.»
— François Rabelais
Il testo di Franco Luceri coglie con acre lucidità una piaga della modernità: la pericolosa illusione che l’accumulo passivo di informazioni e la scolarizzazione di massa equivalgano automaticamente a un progresso morale o a una reale maturità civile. L’autore smonta in modo netto il mito salvifico della cultura formativa, mostrando come il sistema di istruzione contemporaneo e i canali di informazione operino ormai come una vera e propria catena di montaggio seriale. Da questa officina escono individui tecnicamente attrezzati ma spesso eticamente sterili, incapaci di connettere il bagaglio di nozioni posseduto alla portata sociale delle proprie azioni.
L’invettiva del saggio mette a nudo anche un cortocircuito tipico delle democrazie mediatiche: la costante ricerca del capro espiatorio istituzionale. Si tende a semplificare e a deresponsabilizzare i veri architetti della complessità globale — ovvero l’élite intellettuale, la grande finanza e i mercati — per scaricare l’intera colpa dei disastri economici e morali sull’inquilino di turno di Palazzo Chigi. La figura del Premier viene così ridotta a quella di un maggiordomo a cui delegare le macerie e su cui concentrare la protesta del popolo, esentando da ogni addebito chi forgia l’opinione pubblica e detiene le leve dell’economia.
La riflessione affronta una questione antropologica e filosofica cruciale, smentendo l’antico dogma illuminista secondo cui la semplice conoscenza basti a rendere l’uomo virtuoso. La storia dimostra ampiamente che le più grandi macerie e le peggiori deviazioni ambientali, finanziarie e sociali sono state progettate da menti con un curriculum accademico impeccabile. Quando il sapere viene disgiunto dalla consapevolezza etica e dalla pronta disponibilità a rispondere dei propri atti verso la comunità, la cultura cessando di essere un bene prezioso si trasforma in un cinico strumento di opportunismo o di puro dominio.
La vera intelligenza non risiede dunque nella quantità di dati immagazzinati o nei titoli accumulati, ma nell’equilibrio tra il potere derivante dalle competenze e la responsabilità morale che ne consegue. L’istruzione che genera ricchezza di nozioni ma carestia di senso etico produce soltanto analfabeti funzionali di alto livello e tecnocrati irresponsabili. Senza l’ancoraggio del dovere civile e del rispetto per la collettività, la conoscenza si riduce a un’arma a doppio taglio, capace di demolire le basi stesse della convivenza democratica.
Carlo di Stanislao


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