
Non è ancora stata approvata la legge di bilancio 2027 e la sinistra ha già cominciato a gridare allo scandalo. Il motivo è la prevista riduzione di 6.974 posti nel comparto scolastico, 4.925 docenti e 2.049 amministrativi, tecnici e ausiliari, con un risparmio di circa 252 milioni di euro annui dal 2028. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e organizzazioni sindacali denunciano l’ennesimo attacco alla scuola pubblica, rispolverando il consueto repertorio di diritti acquisiti, servizi essenziali e investimenti sul futuro. Peccato che nel dibattito manchi quasi completamente il dato più importante: in Italia gli studenti diminuiscono da anni, mentre il personale docente è aumentato.
Tra il 2015 e il 2024 gli alunni delle scuole statali sono passati da 7,7 a 6,9 milioni, una contrazione del 10%, mentre gli insegnanti sono aumentati da 834.000 a 969.000, con una crescita del 16%. Un incremento dovuto soprattutto al sostegno e al personale precario, ma che rende evidente quanto sia cambiato il rapporto tra popolazione scolastica e organici. E il fenomeno è destinato ad accentuarsi, perché la crisi demografica italiana non è un’ipotesi, ma una realtà documentata da decenni di denatalità.
Di fronte a questi numeri, rivedere la struttura del comparto scolastico non rappresenta necessariamente un impoverimento dell’istruzione, ma una conseguenza dell’evoluzione demografica. Eppure, per una parte consistente della sinistra, qualsiasi riduzione della spesa pubblica continua a essere interpretata come una perdita di diritti. È la vecchia politica di Robin Hood, quella che promette di distribuire risorse senza preoccuparsi di dove provengano, dimenticando che lo Stato non produce denaro, ma amministra quello prelevato ai cittadini attraverso le imposte, oppure ottenuto indebitando le generazioni successive.
Il problema dei diritti acquisiti è proprio questo. Un diritto contrattuale deve essere rispettato, ma non può trasformarsi nell’obbligo di mantenere indefinitamente un’organizzazione pubblica anche quando cambiano le condizioni che ne giustificavano le dimensioni. La scuola esiste per istruire gli studenti, non per conservare immutato il numero dei dipendenti. Confondere la tutela dei lavoratori con l’intangibilità degli organici significa subordinare l’efficienza del servizio alla conservazione della spesa.
Naturalmente, una riduzione numerica non può essere applicata indiscriminatamente. Le necessità di un istituto di montagna non sono quelle di una scuola metropolitana e il sostegno agli alunni con disabilità non può essere valutato con un semplice rapporto matematico. Ma è proprio questa la differenza tra una razionalizzazione e un taglio indiscriminato: eliminare ciò che non serve più, preservando ciò che continua a essere necessario. La manovra dovrà dimostrare di rispettare questo principio nella distribuzione effettiva delle riduzioni, che il testo attuale non dettaglia ancora.
Esiste inoltre una questione economica che viene sistematicamente ignorata. L’Italia destina all’istruzione una quota del PIL inferiore alla media dei Paesi OCSE, ma dispone contemporaneamente di un rapporto studenti-docenti relativamente favorevole. Significa che il problema non può essere affrontato contando esclusivamente gli insegnanti. Occorre valutare quanto costa il sistema, come vengono distribuite le risorse e soprattutto quali risultati produce. Difendere ogni posto di lavoro non equivale a difendere la qualità dell’insegnamento.
La sinistra, invece, continua a concentrare la propria contestazione sul numero dei posti eliminati, senza affrontare fino in fondo la contraddizione di un sistema che perde studenti ma fatica ad adeguare la propria organizzazione. È una concezione della spesa pubblica nella quale il risparmio viene guardato con sospetto e la conservazione dell’esistente diventa una virtù politica, indipendentemente dai risultati.
Il governo dovrà dimostrare che i quasi 7.000 posti previsti in meno corrispondano a una reale razionalizzazione e non compromettano i servizi scolastici. Ma chi contesta la manovra dovrebbe spiegare perché la diminuzione della popolazione studentesca non debba comportare alcuna revisione degli organici.
Perché la vera questione non è quanti posti la scuola italiana riuscirà a conservare, ma quale istruzione sarà capace di garantire. Continuare a confondere la qualità del servizio con la quantità della spesa significa ignorare il problema.
E soprattutto significa dimenticare una regola elementare dell’economia pubblica: un diritto acquisito non può diventare il diritto a una spesa perpetua, indipendentemente dalla sua necessità.
Piero Terracina


Io non c’ero, ma se c’ero dormivo
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