
Me lo chiedo spesso. E la risposta, almeno per me, dovrebbe essere semplice: perché un’informazione davvero utile non dovrebbe limitarsi a darci ragione. Dovrebbe, al contrario, metterci qualche volta in difficoltà. Un organo d’informazione legittimamente di parte, se vuole allargare il proprio consenso, dovrebbe essere più parsimonioso nei giudizi e meno aggressivo con chi la pensa diversamente. Potrebbe così conquistare nuovi lettori e telespettatori, soprattutto quelli dubbiosi, quelli che non hanno ancora deciso da quale parte stare. Persone che, leggendo un articolo o ascoltando un’analisi, potrebbero perfino cambiare opinione e premiare l’equilibrio delle parole e della scrittura. Ma se giornali e televisioni preferiscono dare spettacolo a uso e consumo di quelli che sono già dalla loro parte, il risultato è esattamente l’opposto. Ognuno resta nel proprio recinto, ascolta soltanto chi gli dà ragione e non viene mai a conoscenza degli argomenti che, magari, potrebbero convincerlo del contrario. Pensandoci, potrebbe essere una delle ragioni per cui molti Paesi sono ormai politicamente spaccati in due. Quando si va a governare, il premio di maggioranza diventa quasi indispensabile, perché senza una maggioranza chiara diventa difficilissimo costruire un esecutivo stabile. E così si torna al voto, spesso per ottenere un risultato non molto diverso dal precedente, lasciando intatte le incognite per chi dovrà poi affidare l’incarico di formare un Governo. Per carità, capisco che di ideali ne siano rimasti pochi. Ma il fanatismo interessato alla pagnotta di parte è diventato talmente smaccato che, a volte, viene spontaneo chiedersi perché andiamo ancora a votare. Se tutto è ridotto a una gara tra tifoserie, che differenza c’è tra un elettore e un ultrà? Non è un caso, del resto, che i giornali che hanno venduto più copie siano spesso stati quelli capaci di mantenere una certa misura. E lo stesso vale per le trasmissioni televisive più seguite: il pubblico non cerca necessariamente qualcuno che gli dia ragione. Cerca qualcuno che sappia raccontare ciò che accade senza trattarlo da cretino. È vero che lo stadio della politica, esattamente come quello del calcio, ha curve distinte. E nelle curve gli ultrà, quando non si menano, si sparano addosso insulti pazzeschi. Oggi quegli stessi insulti hanno persino una violenza maggiore, perché vengono pronunciati con il sorriso, con l’aria di chi sta facendo una battuta intelligente e con l’ipocrisia di chi pensa presuntuosamente di avere la verità in bocca. Un sorriso accattivante alla Virna Lisi, che entusiasma quelli che sono già d’accordo e allontana tutti gli altri. E qui sta il paradosso: proprio quelli che si vorrebbero convincere sono quelli che vengono trattati peggio. Gli insulti non pagano mai. Anche se devo riconoscere che Salvini, sulla scuola che taglia i professori e non solo, quando sostiene di non saperne nulla, invita naturalmente al sarcasmo e ti strappa la battuta. Ma questo cosa c’entra con l’elettore comune? C’entra tutto. Perché l’elettore comune non va alle urne per assistere a una gara di battute. Non vota per sapere chi ha umiliato meglio l’avversario in televisione. Vota perché deve decidere chi amministrerà il Paese, chi affronterà i problemi della scuola, della sanità, del lavoro, delle pensioni, delle tasse e della sicurezza. E allora forse dovremmo pretendere dall’informazione qualcosa di più. Un giornalista dovrebbe avere il coraggio di mettere in difficoltà anche quelli che sostiene. Dovrebbe poter dire al proprio leader: “Su questo hai torto”. E dovrebbe riconoscere all’avversario una buona idea quando la buona idea ce l’ha. Altrimenti non stiamo facendo informazione. Stiamo soltanto distribuendo carezze alla nostra parte e schiaffi all’altra. E forse è proprio questo che ci manca: non un’informazione senza idee, ma un’informazione con abbastanza idee da non aver paura del confronto. Perché convincere chi è già convinto è facilissimo. La vera bravura, per un giornalista, per un politico e persino per un talk show, sarebbe riuscire a far pensare per qualche minuto chi la pensa diversamente. Non necessariamente a fargli cambiare idea. Sarebbe già un risultato molto più importante: fargli venire un dubbio. Perché una democrazia nella quale nessuno cambia mai idea non è una democrazia che discute. È soltanto una partita giocata tra due curve, con il risultato deciso prima ancora che cominci.
Angelo Santoro


Campo largo, ma pieno di incognite
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