
Alla fine per i democratici la October surprise – il colpo di scena dell’ultima ora che rischia di terremotare le previsioni in vista del voto di midterm – è arrivata a novembre. E non si può definire proprio una bella sorpresa: nella giornata del primo novembre, infatti, la deputata democratica del Michigan Haley Stevens, sconfitta alle primarie democratiche per il Senato da Abdul El-Sayed, ha appoggiato pubblicamente il candidato repubblicano Mike Rogers. In un video pubblicato sui social media e diventato virale in poche ore, Stevens ha dichiarato: “Il nostro candidato democratico al Senato, Abdul, ha detto che non ero più benvenuta nella sua campagna e che dovevo starne alla larga. E ha ragione. Per questo oggi sostengo Mike Rogers per il Senato degli Stati Uniti”. L’annuncio, riferisce Cnn, ha colto di sorpresa parte del suo stesso staff: il capo di gabinetto e il direttore della comunicazione si sono dimessi. Anche la risposta del partito è arrivata nel giro di poche ore. Chuck Schumer, capo della minoranza democratica al Senato, ha parlato di “tradimento spregevole” e ha assicurato che i senatori del partito “sono uniti nel sostegno ad Abdul El-Sayed”. Se infatti la maggior parte dei sondaggisti ormai dà per probabile la vittoria dei democratici alla Camera dei rappresentanti il 3 novembre, al Senato la partita è ancora in bilico. E il voltafaccia di Stevens arriva come una doccia fredda per il partito, poiché espone le fratture interne ai Dem in uno Stato considerato cruciale per le loro speranze di riconquistare il Senato.

Quanti seggi servono ai democratici?
La corsa per il seggio del Michigan lasciato dal senatore democratico Gary Peters è solo una delle battaglie cruciali che decideranno la maggioranza alla Camera alta del Congresso: attualmente i repubblicani hanno 53 senatori su 100 e i democratici, per riprendere il controllo, devono tenere tutti i loro seggi e conquistarne almeno quattro in questo turno elettorale dove viene rinnovato circa un terzo dei seggi. Un’impresa ardua, poiché molte corse si svolgono in roccaforti repubblicane, ma non impossibile. Il primo seggio sembra a portata di mano: in Nord Carolina l’ex governatore democratico Roy Cooper è dato in netto vantaggio sul repubblicano Michael Whatley. Per gli altri tre, la mappa si restringe. Secondo le rilevazioni, i candidati democratici sarebbero avanti in sei dei sette Stati in bilico – Michigan, Kansas, Maine, Ohio, Texas e, seppur di poco, Alaska – con un testa a testa previsto in Iowa. Ma il loro distacco è ampiamente entro il margine di errore e durante la notte elettorale potrebbe rivelarsi effimero. Su una cosa però gli osservatori concordano: l’insoddisfazione nei confronti del presidente Donald Trump e la frustrazione per la sua gestione dell’economia stanno trascinando in basso il gradimento dei repubblicani. Solo il 38% dei probabili elettori approva l’operato del presidente nei sette Stati in esame, una percentuale sorprendentemente bassa se si considera che due anni fa Trump aveva vinto le elezioni presidenziali in cinque di questi Stati (Texas, Kansas, Iowa, Alaska e Ohio) con margini a doppia cifra.
Le roccaforti repubblicane vacillano
In Texas e Kansas i democratici non eleggono un senatore rispettivamente dal 1988 e dal 1932. Nel Lone Star State, James Talarico, 37 anni, deputato statale e aspirante pastore presbiteriano, è favorito sul procuratore generale, il repubblicano Ken Paxton, sostenuto da Trump, ma che ha alle spalle una carriera politica controversa, costellata da un impeachment e un’incriminazione per frode. Per difenderlo, gruppi repubblicani finanziati quasi interamente da Elon Musk hanno investito oltre 270 milioni di dollari in quella che il Texas Tribune definisce “la corsa al Senato più costosa della storia”. La guerra pesa anche in Kansas e Ohio, dove il gasolio ha superato i 6 dollari al gallone e i dazi hanno fatto salire il prezzo dei macchinari e dei fertilizzanti agricoli, mentre gli allevatori contestano le politiche di “tolleranza zero” nei confronti dei migranti. Nel primo il democratico Adam Hamilton, pastore metodista, è avanti 49% a 44% sul senatore Roger Marshall, nel secondo Sherrod Brown dei Dem e Jon Husted del Gop si contendono il seggio lasciato libero dal vicepresidnete JD Vance. In Iowa, Josh Turek, democratico moderato, nato con la spina bifida e vincitore di due ori paralimpici, si confronta con Ashley Hinson che ha promesso di essere “la più solida alleata di Trump” al Senato, mentre Turek accusa i dazi di aver fatto crollare i prezzi agricoli ed evoca la crisi delle fattorie degli anni Ottanta.
Quanto pesano gli errori democratici
Se nel cuore dell’America repubblicana il malcontento lambisce anche gli elettori delusi, negli altri tre Stati in bilico i Dem fanno i conti con i propri errori. In Maine, l’unico stato con un seggio repubblicano in bilico ad aver votato la democratica Kamala Harris alle elezioni presidenziali del 2024, il vincitore delle primarie dem Graham Platner si è ritirato a luglio dopo un’accusa di violenza sessuale. Lo ha sostituito Troy Jackson, ex taglialegna, che sfida la 73enne Susan Collins, senatrice da cinque mandati. Anche se i sondaggi danno Jackson in vantaggio, sei anni fa Collins era dietro in ogni sondaggio, e, alla fine, vinse con largo margine. In Alaska, stato repubblicano ma dal carattere fortemente indipendente, la democratica Mary Peltola, prima nativa dello Stato eletta al Congresso, è avanti di soli due punti su Dan Sullivan. Uno scoop del New York Times ha rivelato che persone legate alla campagna di Peltola avrebbero contribuito a candidare un altro Dan Sullivan, omonimo del candidato repubblicano, per fargli perdere voti. Accusa che la dem in corsa respinge. L’amministrazione Trump ha chiesto di tenere separate le schede con il voto per il secondo Sullivan, ma un giudice federale ha respinto l’iniziativa. Nel tentativo di invigorire la sua base elettorale nelle ultime settimane, Trump ha girato in lungo e in largo gli Stati a maggioranza repubblicana e ha già spiegato cosa farà se i democratici conquisteranno il Congresso: “Credo che diventerò Mr. Veto”, ha detto. Ma il voto di martedì sarà soprattutto un referendum su di lui, sul costo della guerra all’Iran e dei dazi. E dal verdetto dipenderà il suo margine di manovra negli ultimi due anni alla Casa Bianca.
Il commento
di Gianluca Pastori, Senior Associate Research Fellow, ISPI
“Puntualmente, alla vigilia del voto, è arrivata la ‘dichiarazione di guerra’ di Trump. In sé, la strategia di ‘Mr. Veto’ era ampiamente prevedibile, con i tempi dell’annuncio che mirano anzitutto a massimizzare l’effetto su un elettorato posto di fronte all’alternativa fra il sostegno all’amministrazione e quello che viene presentato come un campo di rovine. Quella implicitamente richiamata è l’esperienza dello shutdown governativo che, tra febbraio e aprile 2026, ha bloccato i servizi federali per oltre due mesi. Difficilmente le parole del presidente sposteranno voti ‘pesanti’ in un contesto in cui le elezioni sono già ampiamente percepite come un referendum sulla sua figura e sulla sua azione. D’altra parte, l’impiego sistematico del veto e – probabilmente – della decretazione presidenziale rischia di avvelenare i pozzi della prossima legislatura, alimentando la polarizzazione, accrescendo la tensione e gettando le basi perché la campagna elettorale del 2028 riproponga lo scontro muro contro muro degli anni precedenti, con tutte le ricadute che ciò può avere sullo stato di salute della democrazia americana.”
Alessia De Luca


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