
Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975) è, a mezzo secolo dalla morte, la figura che non smette di dividere e interpellare. L’enorme produzione di saggi e recensioni a lui dedicati rivela, oggi più che mai, una tendenza costante: Pasolini viene per lo più sottratto alla sua vera essenza. Chi lo eleva a profeta e chi lo nega come poeta; chi lo dichiara il più grande del Novecento e chi lo relega a intellettuale fazioso. Ognuno, in definitiva, finisce per farne un punto di speculazione. Eppure, al di là di ogni strumentalizzazione, Pasolini resta ciò che è: uno degli intellettuali più originali, inquietanti e veritieri di tutti i tempi. Non a caso è il poeta più citato, quello che più fa discutere. La sua figura è, in senso pienamente positivo, troppo ingombrante per essere ignorata, e citarlo è di per sé un modo per acquisire rilevanza. Pasolini, a differenza di molti, non è mai stato confinato negli scaffali morti delle biblioteche. Egli è il più vivo e il più amato tra i poeti, una vitalità che, per dirla con Moravia, si misura per la quantità e la verità delle cose che dice e pensa.
Tale grandezza si misura, paradossalmente, anche in negativo, nel vuoto che lascia. Pasolini è tanto più grande quanto più il panorama culturale italiano attuale risente di un suo annichilimento, ovvero della mediocrità dei poeti e intellettuali che si vedono in giro. La sua assenza è la prova della carenza di voci altrettanto coraggiose e radicali, capaci di agitare le coscienze senza compromessi. Questo vuoto è, in ultima analisi, il vero discrimine che lo eleva, riconducibile alla natura stessa della sua arte: quella di una Poesia del tutto sanguigna. Non si tratta solo di stile, ma di una totale immersione esistenziale nel dramma, un tratto che lo congiunge, in modo ineludibile, ai sommi.
Pasolini, infatti, per la sua capacità di incarnare totalmente l’opera e di scontrarsi frontalmente con il reale, si pone in linea diretta con i due giganti della nostra tradizione: Dante Alighieri e Giacomo Leopardi. Questi tre poeti non fanno arte di pura esecuzione formale — ovvero la poesia che si rifugia nel virtuosismo e si fa mero, sterile gioco — ma arte viscerale, incarnata e sofferta. La poesia di Dante è quella dell’esule e del profeta morale, la cui Commedia è la sua battaglia reale per la giustizia. Quella di Leopardi è la poesia della condizione esistenziale universale, dove il dolore cosmico è l’esperienza fisica quotidiana. Quella di Pasolini è la poesia dell’eretico e del corsaro. La sua produzione è inscindibile dalla sua identità e dal suo martirio socio-politico, ma i suoi veri motori sono la Sacralità e la Pietas. La Sacralità come difesa disperata del mondo arcaico non contaminato dal neocapitalismo, e la Pietas come commossa compassione per gli ultimi e i corpi innocenti distrutti dal progresso. L’attacco alla “mutazione antropologica” è il più urgente dei suoi atti etici e vitali. In quanto veri poeti e del tutto inimitabili, questi tre giganti incarnano profondamente la loro stessa poesia, distinguendosi nettamente nel panorama letterario italiano. Il mettersi in gioco totalmente, fino al conflitto estremo col potere, fa sì che le loro opere non siano solo testi di studio, ma documenti di una vita vissuta con una verità scomoda e irriducibile.
Proprio l’analisi della “mutazione antropologica”, condotta nei suoi scritti corsari tra gli anni Sessanta e Settanta, rappresenta il culmine della sua preveggenza politica e sociologica. Pasolini osservò con orrore il passaggio dall’Italia povera, ricca di differenze e culture locali, a una nazione omologata dal neocapitalismo e dalla neonata civiltà dei consumi. La televisione e il benessere diffuso non portarono, secondo Pasolini, maggiore libertà, ma un vero e proprio genocidio culturale: le identità regionali vennero spazzate via da un potere invisibile e totalizzante, capace di manipolare i corpi e le coscienze. Questa trasformazione generò la nascita di un nuovo tipo di essere umano del tutto omologato, volgare, conformista e ormai privo di vera sacralità. Tale mutazione antropologica, per lui, non fu solo economica, ma una profonda crisi spirituale che ha plasmato i fenomeni di superficialità e di vuoto etico che dominano il nostro panorama contemporaneo.
La stessa urgenza di testimonianza e di critica radicale si riversa nella sua produzione visiva e drammaturgica. Il cinema di Pasolini, dal neorealismo sacro di Accattone fino alla Trilogia del Mito (Edipo Re, Medea), utilizza la macchina da presa come uno strumento di indagine dell’inconscio e del sacro arcaico. In film come Il Vangelo secondo Matteo, la sacralità non è dogmatica, ma si fa carne nei volti autentici dei contadini del Sud, esaltando la componente umana ed eretica della fede. Parallelamente, il suo “Teatro di Parola” (Pilade, Orgia) è un teatro non borghese e anti-spettacolare, concepito per essere ascoltato più che visto. È uno spazio di scontro ideologico e mitologico, dove la crisi della civiltà moderna viene espressa in versi tragici e inattuali direttamente destinati agli intellettuali, per scuoterli e costringerli al confronto con la degradazione del Reale. In ogni forma d’arte, Pasolini ha cercato un ritorno alle origini, alla corporeità pulsante e alla dimensione pre-razionale spazzata via dalla storia.
Pasolini resta Pasolini non solo per la sua insuperabile grandezza artistica, ma anche per la sua essenza propriamente poetica e dunque autenticamente sanguigna, che travalica ogni giudizio. La sua vera grandezza non risiede dunque soltanto nella sua polemica, ma nella profondità di un dolore che è, come per Dante e Leopardi, un dolore per l’uomo. Egli è l’ultimo grande intellettuale italiano ad aver preteso che la cultura non fosse poesia di mera astrazione estetica, ma un dovere morale e una lotta per la sopravvivenza dei valori umani. Oggi, la sua presenza “ingombrante” risuona come l’eco di un grido non ascoltato che smaschera la povertà etica del nostro tempo. In questa penuria di voci, in questa aridità di ideali, non è forse Pasolini la nostra più acuta, più dolorosa e più necessaria assenza?
Antonio Laraia


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