
La scarcerazione di Youssef Siher, indicato dagli inquirenti come amministratore del Movimento 17 ottobre, riaccende il dibattito sulle violenze che hanno colpito Milano. L’avvocato Gennaro Colangelo propone un’iniziativa collettiva per tutelare cittadini e commercianti, accertare le responsabilità e ottenere il risarcimento dei danni.
Le immagini delle devastazioni che hanno colpito Milano continuano a suscitare indignazione. Alla notizia della scarcerazione di Youssef Siher, indicato dagli inquirenti come amministratore del Movimento 17 ottobre, l’avvocato Colangelo reagisce proponendo di trasformare la protesta in un’iniziativa giudiziaria organizzata. L’obiettivo è costituire un’associazione capace di riunire i soggetti danneggiati e promuovere, dove ne ricorrano i presupposti, azioni risarcitorie nei confronti dei responsabili.
Avvocato Colangelo, come ha accolto la notizia della scarcerazione di Youssef Siher?
«Con il sereno distacco di chi non si stupisce più di nulla. Provo sdegno di fronte alle violenze e alle devastazioni che abbiamo visto a Milano. Trovo inaccettabile che il disagio sociale possa essere utilizzato come giustificazione per alimentare odio, intimidazioni e distruzione. Naturalmente rispetto le decisioni della magistratura, anche quando suscitano perplessità. Ma il rispetto delle decisioni giudiziarie non significa rinunciare a chiedere che vengano accertate tutte le responsabilità e risarciti i danni subiti».
La scarcerazione rischia, a suo giudizio, di trasmettere un messaggio sbagliato?
«Il rischio è che i cittadini percepiscano una distanza tra la gravità di quanto accaduto e le conseguenze giudiziarie. Occorre però distinguere i diversi piani: una decisione sulla libertà personale non equivale a un accertamento definitivo delle responsabilità. Quello che mi interessa è soprattutto evitare che i commercianti, i cittadini e tutti coloro che hanno subito danni finiscano per pagare da soli il prezzo di queste violenze».
Lei propone di costituire un’associazione. Con quale obiettivo concreto?
«Credo sia arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti. La mia proposta è costituire un’associazione che riunisca cittadini, commercianti e soggetti danneggiati, con il supporto di professionisti, per raccogliere testimonianze, documentare i danni e valutare tutte le possibili iniziative giudiziarie. Un singolo può trovarsi in difficoltà nell’affrontare un procedimento. Un’organizzazione collettiva può invece mettere insieme risorse, competenze e documentazione, rendendo più efficace la tutela dei diritti».
Le azioni giudiziarie riguarderebbero soltanto gli autori materiali delle devastazioni?
«Non necessariamente. È evidente che chi ha materialmente commesso atti di violenza o danneggiamento, qualora ne venga accertata la responsabilità, debba risponderne anche economicamente. Ma ritengo necessario verificare anche le eventuali responsabilità di chi abbia istigato, organizzato o agevolato quelle condotte. Naturalmente tutto deve essere dimostrato, nel rispetto della legge e delle garanzie processuali. Non vogliamo costruire accuse generiche, ma accertare fatti precisi e individuare responsabilità effettive».
Non teme che un’iniziativa di questo genere possa essere interpretata come una caccia alle streghe?
«È esattamente ciò che voglio evitare. Non mi interessa una caccia alle streghe, né una battaglia condotta sulla base di appartenenze politiche o supposizioni. Voglio responsabilità, giustizia e risarcimenti. Se qualcuno ha subito un danno ingiusto, deve poter ottenere tutela. Se qualcuno ha contribuito a provocarlo, nei termini previsti dalla legge, deve risponderne. È una questione di civiltà giuridica prima ancora che di ordine pubblico».
Come dovrebbe funzionare concretamente questa associazione?
«Il primo passo sarà verificare quante persone siano realmente interessate a partecipare. Successivamente si potrà costituire una struttura organizzata, raccogliere le segnalazioni, acquisire la documentazione dei danni e affidare a professionisti la valutazione delle singole posizioni. Penso alle attività commerciali danneggiate, ai beni privati distrutti, ma anche agli eventuali danni subiti dalla collettività, per i quali occorrerà verificare chi sia legittimato ad agire. Non vogliamo promettere risarcimenti automatici: vogliamo costruire le condizioni per richiederli seriamente».
Qual è il messaggio che vuole rivolgere ai suoi concittadini milanesi?
«Che chi ha subito danni non deve essere lasciato solo. Troppo spesso, dopo episodi di violenza, assistiamo a dichiarazioni indignate, polemiche politiche e promesse che si esauriscono nel giro di pochi giorni. Io vorrei che questa volta accadesse qualcosa di diverso. Un’iniziativa collettiva, seria e assistita da professionisti può avere un peso ben diverso dalle singole proteste. Per questo invito chi è interessato a manifestare concretamente la propria disponibilità a partecipare alla costituzione dell’associazione».
Dunque, dalle parole ai tribunali?
«Dalle parole ai fatti, certamente. Non si tratta di anticipare sentenze o di sostituirsi alla magistratura, ma di utilizzare gli strumenti che l’ordinamento mette a disposizione per tutelare i diritti delle persone. Milano non può rassegnarsi all’idea che le devastazioni siano un costo inevitabile da scaricare su commercianti, cittadini e contribuenti. Chi risulterà responsabile dovrà risponderne nelle sedi competenti, anche sul piano economico. È il momento di trasformare l’indignazione in un’azione concreta».
La proposta dell’avvocato Colangelo vorrebbe dunque aprire alla possibilità di un coordinamento tra i cittadini e le vittime delle violenze, con l’obiettivo di affiancare all’accertamento delle responsabilità penali anche la tutela risarcitoria. Un’iniziativa ancora da costituire, ma che punta a dare una risposta organizzata a chi ha visto danneggiati beni, attività e patrimonio pubblico e privato durante gli episodi di violenza che hanno interessato Milano.
Luca Rampazzo


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