
Un gruppo di insegnanti delle scuole fiorentine ha diffuso un comunicato in sostegno delle occupazioni studentesche. La protesta viene celebrata come esercizio di democrazia, le occupazioni come esperienza di crescita collettiva, mentre il vandalismo viene sostanzialmente liquidato come episodio marginale. Il tutto condito dalla consueta retorica sulla scuola come luogo di emancipazione, pensiero critico e lotta contro le disuguaglianze. Siamo al delirio pedagogico.
Qui abbiamo insegnanti che, anziché difendere l’istituzione pubblica nella quale lavorano e dalla quale vengono regolarmente retribuiti, arrivano a legittimarne la paralisi dell’insegnamento (insegnamento che viene pagato con soldi pubblici dei contribuenti), scambiando l’occupazione coattiva per partecipazione democratica e la trasgressione delle regole per maturazione civile.
La cosa più grottesca è che tutto questo viene presentato come educazione al pensiero critico.
Ma quale pensiero critico? Qui siamo davanti alla più prevedibile delle liturgie ideologiche, dove il dissenso è virtuoso per definizione, purché naturalmente coincida con quello politicamente gradito agli insegnanti (che sottolineao pagati dall’istituzione che tanto contrastano).
Una scuola che rinuncia a distinguere fra libertà e arbitrio, fra contestazione e sopraffazione, fra diritto allo studio e diritto di impedire agli altri di studiare, ha già abdicato alla propria funzione educativa.
Il fatto che siano proprio alcuni insegnanti a benedire questa confusione è l’aspetto più inquietante. Perché il problema non sono soltanto gli studenti che occupano, ma gli adulti che, pur di sentirsi ancora rivoluzionari (con la busta paga regolarmente pagata), rinunciano alla responsabilità di essere educatori.
SIAMO CHIARI: non è formazione alla cittadinanza. È deresponsabilizzazione selvaggia travestita da pedagogia progressista.
David Pacifici

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