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Gli Houthi sfidano l’Arabia Saudita

Il raid missilistico di sabato contro l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, il terzo in una settimana, ha causato almeno dodici morti e oltre 300 feriti. È l’attacco più grave subito dal Regno da oltre un decennio, a cui ne è seguito un quarto con un morto e undici feriti. Ma a preoccupare i vertici sauditi non è solo il bilancio delle vittime.

di Alessia De Luca | 14 Ottobre 2026

Il raid missilistico di sabato contro l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, il terzo in una settimana, ha causato almeno dodici morti e oltre 300 feriti. È l’attacco più grave subito dal Regno da oltre un decennio, a cui ne è seguito un quarto con un morto e undici feriti. Ma a preoccupare i vertici sauditi non è solo il bilancio delle vittime. Il danno d’immagine è considerevole per una monarchia che si presenta come un perno di stabilità in una regione segnata da conflitti e crisi di lungo corso. Diverse compagnie aeree hanno sospeso i voli per la capitale e le ambasciate di molte nazioni invitano alla cautela se non sconsigliano apertamente ai propri cittadini di recarsi nel Paese. Lunedì al World Petroleum Congress di Riad il ministro dell’Energia Abdulaziz bin Salman ha dichiarato con tono di sfida che “nel vocabolario saudita la parola paura non esiste”. All’appuntamento che riunisce l’industria mondiale di petrolio, gas ed energia mancavano però i vertici di ExxonMobil, Total Energies, Shell e BP. E nel Regno cresce il timore di un conflitto destinato ad allargarsi.

La strategia degli Houthi

Dal 2022 la tregua tra Riad e la milizia sciita di Ansar Allah, noti come Houthi, vicina a Teheran aveva retto, con qualche eccezione, pur se messa a dura prova dagli eventi: l’ingresso degli Houthi nella guerra a Gaza, gli attacchi contro le navi in transito nel Mar Rosso e l’offensiva americana del 2025. Ma stavolta a cambiare l’equazione è intervenuta l’interruzione prolungata del traffico nello stretto di Hormuz innescata dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e il successivo stallo nei negoziati tra Washington e Teheran. Dopo aver dichiarato un blocco navale contro l’Arabia Saudita le milizie yemenite hanno conquistato il porto di Mocha e con esso il controllo dello stretto di Bab el-Mandab. Il governo yemenita, con il sostegno saudita, ha lanciato una controffensiva per riprenderlo. Gli Houthi hanno risposto spostando il conflitto dal mare alle infrastrutture del Regno. Il 3 ottobre è stata colpita la raffineria Aramco di Riad, poi è toccato agli aeroporti. I ribelli presentano gli attacchi come una ritorsione per l’intensificarsi dei raid sauditi in Yemen. Hanno anche avvertito compagnie aeree e passeggeri di evitare lo spazio aereo e gli scali sauditi, con la sola eccezione delle città sante di Mecca e Medina, lasciando presagire nuovi attacchi.

Cosa rischia Riad

La principale leva degli Houthi sta nel fatto che con i loro attacchi colpiscono al cuore i progetti economici di Riad e rischiano di danneggiare a lungo termine la sua capacità di attrarre investitori e turisti stranieri. Il programma Vision 2030, con cui il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) propone di diversificare l’economia saudita dalla sola produzione e vendita di greggio e trasformare il Regno in un centro commerciale e finanziario, presuppone infatti che il Paese sia una destinazione stabile per capitali di lungo periodo. Gli attacchi alla capitale incidono direttamente su questa premessa in un momento in cui l’economia appare già indebolita per effetto del calo del settore petrolifero dopo la chiusura di Hormuz. Per questo la maggior parte dell’esportazione di greggio è stata dirottata verso il Mar Rosso attraverso l’oleodotto Est-Ovest, anch’esso bersaglio dei razzi e della pressione Houthi. Il ministero delle Finanze saudita prevede per il 2026 un’ulteriore contrazione, e diversi megaprogetti di Vision 2030 rischiano di essere ridimensionati, sospesi o abbandonati. Improvvisamente gli Houthi “non sono più considerati solo dei ragazzini armati e in infradito”, spiega Farea al-Muslimi, esperto di Yemen presso il think tank londinese Chatham House, secondo cui tutti, finora, avevano sottovalutato la capacità militare del gruppo armato.

Quanto vale la garanzia americana?

Già a settembre fonti regionali riferivano che il Regno saudita aveva scorte ridotte di intercettori: Riad aveva chiesto a Francia, Regno Unito, Pakistan ed Egitto di schierare sistemi di difesa aerea. Una richiesta che riflette la progressiva erosione nel rapporto di fiducia con gli Stati Uniti. Alla fine di agosto, infatti, il presidente Usa Donald Trump aveva respinto gli appelli di MbS a un intervento militare diretto contro gli Houthi, limitandosi a fornire intelligence e supporto. Dopo l’attacco di sabato, però, il presidente americano ha dichiarato che Washington potrebbe unirsi alle operazioni saudite. Ma a tre settimane dalle elezioni di metà mandato è difficile che l’amministrazione voglia imbarcarsi in un altro conflitto in Medio Oriente. Il sostegno americano, poi, resta legato a condizioni politiche. Trump ha chiesto all’Arabia Saudita di aderire agli Accordi di Abramo. Non a caso l’accordo di cooperazione nucleare tra i due Paesi si è arenato in ventiquattr’ore, quando Washington vi ha aggiunto la condizione del riconoscimento di Israele. In questo contesto, sembra che a Riad non resti che diversificare le proprie garanzie di difesa. Il patto di Mecca con Turchia e Pakistan firmato il 7 agosto va in questa direzione, ma anche Ankara e Islamabad hanno precisato che le loro truppe avranno un ruolo di supporto, non di combattimento. Unica altra opzione sarebbe quella di un accordo con la milizia sciita. Le richieste degli Houthi, però, andrebbero oltre: includerebbero benefici economici e la fine del sostegno saudita al governo di Sana’a che controlla ampie zone del sud dello Yemen. Per Riad sarebbe uno smacco, oltre che un precedente pericoloso: un accordo con una milizia che non ha esitato a colpire un aeroporto pieno di civili.

Il commento

di Eleonora Ardemagni, Senior Associate Research Fellow ISPI

“I missili degli Houthi penetrano le difese aeree dell’Arabia Saudita, anche nei luoghi strategici come l’aeroporto della capitale. Questo è il primo problema che i sauditi hanno fretta di risolvere: non c’è Vision 2030 senza sicurezza. Finora l’economia saudita aveva retto meglio di altre alla guerra Israele-Usa-Iran. Gli attacchi dallo Yemen (e prima dall’Iraq) colpiscono invece i centri nevralgici dell’economia tradizionale del petrolio e quelli della diversificazione fondata sulla connettività. La violenza è in piena spirale: gli Houthi attaccano Riad per spingerla allo stop in Yemen; l’Arabia Saudita non può fermarsi finché è sotto attacco.”

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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