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La deriva del potere

C’è un limite a tutto, tranne che alla fantasia con cui la maggioranza disegna le regole del gioco elettorale a propria immagine e somiglianza. Quando si affronta il tema della legge elettorale la democrazia di un Paese corre sempre rischi gravissimi, ma oggi quello che allarma di più è la disattenzione generale e il fatto che persino un noto quotidiano nazionale arrivi a relegare una notizia di tale portata in decima pagina.

di Eugenio Fusignani | 15 Ottobre 2026

C’è un limite a tutto, tranne che alla fantasia con cui la maggioranza disegna le regole del gioco elettorale a propria immagine e somiglianza. Quando si affronta il tema della legge elettorale la democrazia di un Paese corre sempre rischi gravissimi, ma oggi quello che allarma di più è la disattenzione generale e il fatto che persino un noto quotidiano nazionale arrivi a relegare una notizia di tale portata in decima pagina. Eppure quando si discute di stabilità la politica tende a far passare tutto come normale. L’Italia si trova a vivere una situazione già vista ma con dirigenti di un diverso spessore culturale ed etico rispetto al passato, dato che i nostri avi non pensavano alla propria carriera ma alla vita delle future generazioni. Su questo profondo insegnamento dovremmo riflettere seriamente per ritrovare lo spirito dei padri costituenti, i quali non hanno disegnato le istituzioni per il proprio governo ma per quelli che sarebbero venuti dopo e nell’interesse di cittadini che non erano ancora nati.

Sia chiaro, non intendiamo in alcun modo scivolare nelle facili strumentalizzazioni di certa sinistra. Tuttavia, proprio da Repubblicani e da profondi riformatori, riteniamo impossibile tacere e non possiamo permetterci di ignorare un tema così cruciale per la tenuta istituzionale del Paese. È con questa stessa autonomia culturale che guardiamo al recente lapsus freudiano di Giovanni Donzelli, il quale ha parlato apertamente di esercizio del “potere” anziché di servizio di “governo”. Per chi si ispira alla concezione alta, nobilissima e laica della politica trasmessa da Giuseppe Mazzini, questa non è una banale svista verbale ma la spia di un’involuzione etica e culturale che riguarda tutti. Ce l’abbiamo ancora scolpito nella memoria il senso delle Istituzioni che ci ha lasciato in eredità Giovanni Spadolini? Il primo Presidente del Consiglio non democristiano della storia repubblicana ci ha insegnato che lo Stato è un punto di riferimento morale da servire con devozione e rigore, ricordandoci che il rispetto delle regole democratiche non appartiene a un’epoca passata né scade con il tempo. Sarebbe stato semplicemente inconcepibile sentire un uomo delle Istituzioni come Spadolini degradare la guida del Paese a mero “potere” anziché a supremo e inderogabile dovere costituzionale.

Invece questo maldestro tentativo di arginare le spinte interne al centrodestra finisce per consumare un vero e proprio raggiro ai danni dei cittadini. Si vuole far credere che la governabilità sia un valore assoluto da perseguire a ogni costo, ma la vera stabilità democratica non la si ottiene mai a scapito della rappresentatività. Come ha ben evidenziato nella sua relazione congressuale il nostro segretario politico nazionale Corrado De Rinaldis Saponaro, la difesa irrinunciabile dell’identità dell’Edera e della nostra tradizione repubblicana racchiude in sé il valore universale della tutela di tutte le identità politiche. Difendere la storia e l’autonomia del PRI significa difendere il pluralismo di tutti, perché soffocare le specifiche radici culturali e ideali delle forze politiche equivale a svuotare di senso la stessa partecipazione democratica.

La propaganda di governo sbandiera il ritorno delle preferenze come un gesto di apertura verso la sovranità popolare, ma nei fatti la scelta viene illusoriamente compressa. I primi due candidati delle liste proporzionali restano blindati e decisi nelle segreterie dei partiti, riservando agli elettori solo la finta scelta di esprimere un voto dal terzo al sesto posto. Poiché anche la seconda posizione viene eletta di default, qualsiasi valanga di preferenze personali per i candidati successivi risulterà del tutto inutile e il cittadino verrà ridotto a un mero notaio di decisioni prese altrove.

L’ostacolo diventa insormontabile nella fase di presentazione delle liste e nella raccolta delle firme sul territorio. Basta infatti la minima modifica a un simbolo per costringere a raccogliere nuovamente decine di migliaia di sottoscrizioni, anche in presenza di partiti storicamente esentati. Se poi si sceglie di presentare un simbolo composito che viene considerato come coalizione, la soglia di sbarramento schizza direttamente al dieci per cento con il chiaro obiettivo di strangolare le forze autonome e l’espressione di ogni autentica identità politica.

Questa norma rappresenta una palese forzatura politica ed è congegnata scientemente contro la rappresentanza democratica e contro il ruolo insostituibile dei corpi intermedi.

Per la tradizione repubblicana, laica e riformatrice, le regole delle istituzioni non sono merce di scambio né clava da usare a uso e consumo delle maggioranze di turno. La democrazia vive di confronto libero, di idee che si misurano sui contenuti e del rispetto reciproco tra diverse sensibilità. Questa legge è un regresso illiberale che mortifica la sovranità popolare e svilisce la funzione storica dei partiti come presidio identitario di partecipazione. 

Una riforma degna di questo nome avrebbe dovuto restituire agibilità politica e garantire tribune parlamentari alle forze storiche che oggi ne sono prive, riparando a una grave mutilazione rappresentativa. Mantenere la tribuna parlamentare privata della voce del PRI significa impoverire l’Italia dell’unica forza politica che porta la pregiudiziale repubblicana nel suo stesso nome, proprio nel momento in cui celebriamo l’80º anniversario della Repubblica. Ma anche di fronte a questa palese truffa, noi continueremo da Repubblicani la nostra intransigente battaglia delle idee per l’Italia e per l’Europa, riaffermando i valori di un Occidente sempre più democratico ed euroatlantico che non si pieghi mai alla somma di sterili nazionalismi.

Eugenio Fusignani

(da La Voce Repubblicana)

Pubblicato in : Editoriale

Info Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e marketing, svolge l’attività di geometra come libero professionista. Dal 2021 è presidente nazionale di Culturalia, settore culturale dell’Agci. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è vicesindaco del Comune di Ravenna

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