
L’Italia resta nella procedura europea per deficit eccessivo. Il disavanzo del 2025 si è fermato al 3,1% del PIL, appena sopra quella soglia del 3% che avrebbe consentito di accelerare l’uscita dalla procedura. Un decimale basta a Bruxelles per fare la differenza, ma ridurre tutto a quel decimale significa non capire il problema. La fragilità dei conti italiani non nasce nel 2025 e non si risolve con un aggiustamento contabile di fine anno. È il risultato di decenni nei quali una parte consistente della politica ha utilizzato la spesa pubblica come strumento di consenso, distribuendo benefici immediati e rinviando il costo al futuro.
Bonus, agevolazioni, trasferimenti, pensionamenti anticipati, detrazioni, incentivi e misure temporanee diventate permanenti hanno spesso seguito la stessa logica: il vantaggio si distribuisce oggi, il conto lo pagherà qualcuno domani. Quel domani è arrivato. Ogni governo si trova così a gestire non soltanto le proprie decisioni, ma anche una massa di impegni assunti da chi lo ha preceduto. Spesa rigida, interessi sul debito, agevolazioni difficili da cancellare, programmi che una volta introdotti diventano politicamente quasi intoccabili. Il risultato è uno Stato con margini reali molto più stretti di quanto faccia pensare il volume complessivo della spesa pubblica.
Questo è il punto che troppo spesso scompare dal dibattito. Non basta chiedere perché un governo non tagli di più le tasse, non aumenti le pensioni o non finanzi nuovi servizi. Bisognerebbe prima chiedere quanti miliardi del bilancio siano già vincolati prima ancora di iniziare a discutere la legge finanziaria. Naturalmente non tutta la spesa è uguale. Sanità, istruzione, previdenza, sicurezza e protezione delle fasce più fragili sono funzioni fondamentali dello Stato. Il problema nasce quando le risorse vengono distribuite senza verificarne l’efficacia, quando gli incentivi sopravvivono alla ragione per cui erano stati creati e quando una misura viene difesa non perché funzioni, ma perché eliminarla costa consenso.
È qui che la politica italiana ha costruito buona parte dei propri problemi. Per anni si è preferito rinviare. Tagliare una spesa inutile produce proteste immediate. Mantenerla produce un costo che spesso si vedrà molto più avanti. Elettoralmente la seconda scelta è sempre stata più comoda. Economicamente è quella che ha contribuito a costruire un Paese con un debito pubblico enorme e margini fiscali ridotti rispetto alle grandi economie con cui dovrebbe competere.
Le crisi hanno avuto il loro peso. Recessione, pandemia, energia e tensioni internazionali hanno imposto interventi straordinari, ma l’emergenza non può diventare la spiegazione universale di una fragilità che esisteva da molto prima. Se ogni crisi trova uno Stato già carico di debito, ogni nuova emergenza diventa automaticamente più costosa. Nel 2024 il deficit italiano era al 3,4% del PIL. Nel 2025 è sceso al 3,1%. Il miglioramento esiste, ma non basta ancora a chiudere la procedura europea. Questo significa che il percorso di rientro continua e che il controllo dei conti dovrà proseguire anche nei prossimi esercizi.
Qui vanno evitate due narrazioni opposte ma ugualmente comode. La prima è raccontare che il problema sia risolto. Non lo è. Il debito resta enorme e continua a condizionare ogni scelta economica del Paese. La seconda è sostenere che nulla sia cambiato perché il deficit è rimasto un decimale sopra il 3%. Anche questa è una lettura superficiale. Ridurre il disavanzo significa comunque diminuire la quantità di nuovo debito generato ogni anno.
Debito e deficit non sono la stessa cosa. Il debito è l’accumulo delle scelte passate. Il deficit misura quanto nuovo debito si aggiunge nell’anno. Abbassare il deficit non cancella ciò che è stato accumulato, ma è la condizione necessaria per evitare che il problema continui a crescere. Ed è anche il motivo per cui pensare di riassorbire in pochi anni squilibri costruiti nell’arco di decenni è poco realistico. Quando una struttura di spesa diventa permanente, modificarla significa intervenire su interessi consolidati, categorie protette, apparati amministrativi e aspettative ormai radicate. È politicamente difficile, ma prima o poi inevitabile.
La questione italiana quindi non riguarda soltanto Bruxelles e nemmeno soltanto quel 3,1%. Riguarda il modo in cui lo Stato utilizza le proprie risorse. La spesa pubblica può creare crescita, servizi, infrastrutture e sicurezza sociale. Oppure può trasformarsi in una macchina che distribuisce denaro nel presente lasciando il conto alle generazioni successive. La differenza non sta nella quantità di spesa, ma nella sua qualità e soprattutto nella capacità di finanziarla.
Per troppo tempo in Italia è stato più semplice promettere che scegliere. Ora il margine per continuare a farlo è sempre più stretto. La vera prova del risanamento non sarà soltanto scendere sotto il 3%, ma costruire un bilancio nel quale ogni euro speso abbia una ragione economica o sociale verificabile e nel quale una promessa politica non venga automaticamente trasformata in un debito destinato a ricadere su chi verrà dopo. Perché alla fine il meccanismo è sempre lo stesso: il consenso si raccoglie subito, il conto arriva dopo.
Piero Terracina

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