
Il volantino delle buone intenzioni è ormai diventato un manifesto e il manifesto, a sua volta, sta per trasformarsi nelle centinaia di pagine dei programmi elettorali. Centinaia di pagine che gli elettori non leggeranno e che, con un pizzico di malizia, viene da pensare non leggeranno nemmeno tutti quelli che le hanno scritte. Finisce sempre così. Ed è anche un bene. Perché, se qualcuno riuscisse davvero a vincere un’elezione con uno slogan invece che con un programma, avremmo un problema ben più serio del programma stesso. Nel frattempo, nel grande supermercato del “se mi voti, io ti do”, si è messo in moto l’esercito dei promoter della politica dei sogni. Cetto La Qualunque? Assolutamente no. E sarebbe persino rassicurante se fosse soltanto una commedia. Il problema è che questi signori fanno tremendamente sul serio. Da una parte ci sono gli invasati, dall’altra i predicatori. Tutti, però, hanno in mano lo stesso oggetto di culto: il porcellino di coccio del salvadanaio. Promettono di romperlo, di prendere quello che c’è dentro e di distribuire le offerte fra noi. Piccolo dettaglio: quelle offerte le abbiamo versate noi. Nel tempo. Con le tasse. Con i contributi. Con il lavoro. Con i sacrifici. E allora la domanda diventa quasi offensiva nella sua semplicità: con quali soldi pensano di fare tutte queste meraviglie? La risposta è sempre la stessa: con i nostri. La politica, del resto, ha scoperto da tempo una forma sofisticatissima di generosità: essere generosi con il portafoglio altrui. È una specialità trasversale, senza distinzione di colore. Perché il denaro pubblico ha una caratteristica straordinaria: quando lo si promette, sembra non appartenere a nessuno; quando lo si deve trovare, improvvisamente appartiene a tutti. E così arrivano le promesse. Una pensione qui, una detassazione là, un bonus, un incentivo, una riduzione, un aumento, una restituzione.

Tutto possibile. Tutto urgente. Tutto indispensabile. Basta non chiedere troppo spesso dove siano i soldi. Non capiscono, o fanno finta di non capire, le nostre esigenze. E allora sparano nel mucchio, speculando sulle nostre incertezze. Entrano nei nostri dubbi, scavano nelle nostre paure, frugano nelle nostre indecisioni alla ricerca del punto debole. Non sempre cercano di convincerci. Qualche volta puntano semplicemente a sfinirci. Perché anche il voto, in fondo, può diventare una questione di resistenza. Non voti perché hai trovato qualcuno che ti convince. Voti perché hai trovato qualcuno che, almeno per cinque minuti, ti promette qualcosa che ti interessa. È qui che il marketing elettorale raggiunge la sua forma più raffinata: trasformare un problema reale in una promessa semplice. Il cittadino chiede sicurezza? Eccola. Chiede meno tasse? Arriva. Chiede salari più alti? Pronti. Chiede benzina meno cara? Naturalmente. Se poi la realtà presenta il conto, pazienza. Quello sarà un problema della prossima campagna elettorale. E mentre il Paese aspetta risposte, la politica prepara le fotografie. Da una parte Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte. Dall’altra Meloni, Salvini e Tajani, impegnati in una curiosa partita a “indovina chi manca”, con i moschettieri che rischiano di diventare tre invece di quattro e il centrodestra che, nel dubbio, si trova a dover decidere se lasciare fuori Lupi. Dumas, probabilmente, avrebbe apprezzato. Ma il posto nella fotografia, oggi, vale parecchio. E quello spazio è diventato oggetto del desiderio anche per Vannacci, che sta trattando il proprio ingresso mettendo sul tavolo elettorale una dote che in politica continua ad avere un valore molto concreto: i voti. A questo punto la domanda è inevitabile: potrà competere Lupi con il generale? E dall’altra parte, per non essere da meno, che cosa farà la sinistra con il proprio d’Artagnan? Resterà nella squadra? Oppure, per una singolare forma di par condicio, qualcuno deciderà che quattro sono troppi e che bisogna rinunciare a Bonelli? Questioni apparentemente da fotografia di gruppo, ma tutt’altro che marginali. Perché in politica anche la posizione accanto al leader può diventare una dichiarazione di potere. Un centimetro più avanti può significare qualcosa. Uno più indietro può significare molto di più. E mentre si sistemano le sedie, si contano i moschettieri e si decide chi deve stare dentro e chi fuori dall’inquadratura, il Paese continua ad avere problemi che non entrano nelle fotografie. Gli affitti. Le bollette. Il costo della spesa. Gli stipendi che arrancano. E, naturalmente, la benzina. Ah, la benzina. Quello è un tema sul quale i nostri campioni della promessa facile farebbero bene a parlare poco. Perché il distributore è un luogo democratico: non importa da quale parte politica provieni. Quando arrivi davanti alla pompa, il prezzo lo leggi nello stesso modo. E lì il porcellino di coccio serve a poco. Perché una cosa è promettere di romperlo. Un’altra è spiegare chi lo ha riempito, quanto c’è dentro e, soprattutto, chi dovrà riempirlo domani. La campagna elettorale continuerà dunque con il suo corteo di promesse, fotografie, alleanze, veti, aperture, chiusure e improbabili miracoli contabili. Noi continueremo ad ascoltare. Magari con un po’ di scetticismo, che non è disfattismo: è soltanto memoria. Perché il problema non è che la politica prometta. Fa parte del gioco. Il problema è quando ci fa credere che il conto lo pagherà qualcun altro. E allora, alla fine, resta una sola grande promessa. Quella che riassume tutte le altre e che potrebbe essere stampata direttamente sul manifesto elettorale: “Quello che è mio, sarà anche tuo”. Purché, naturalmente, il mio sia già stato pagato da te.
Angelo Santoro

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