
Repubblica racconta la vicenda con il titolo “Le mani di Putin sulle multinazionali che ‘appartengono a Paesi ostili’” e soprattutto con il sottotitolo “Trasferite a un gruppo russo le succursali moscovite di Nestlé, Auchan e Leroy Merlin”. È proprio quel “trasferite” a creare il problema, perché suggerisce un passaggio di proprietà che non è avvenuto. Il decreto firmato da Vladimir Putin il 17 settembre dispone infatti un’amministrazione temporanea esterna: Nestlé continua formalmente a possedere le proprie attività russe, ma il controllo operativo viene affidato a un amministratore scelto da Mosca. Non c’è stato quindi alcun acquisto di Nestlé da parte della Russia e L.E.V. Management non ne è diventata proprietaria. Nel caso del gruppo svizzero parliamo inoltre di sei stabilimenti e circa 7.000 dipendenti, quindi definire tutto questo semplicemente come “succursali moscovite” non aiuta certo a capire la reale portata dell’operazione.
A rendere la storia decisamente più interessante è proprio L.E.V. Management. Non Gazprom, Rosneft o uno dei grandi conglomerati russi, ma una società registrata a Mosca nell’ottobre 2024 con appena 15.000 rubli di capitale sociale, circa 155 euro. Il 10 settembre 2026 viene nominato direttore generale Andrei Krayushkin e sette giorni dopo la società si ritrova ad amministrare attività russe appartenenti a Nestlé, Auchan, FM Logistic, Lemana Pro e altri gruppi occidentali. Quando al Cremlino è stato chiesto perché fosse stata scelta proprio L.E.V. Management, Dmitry Peskov ha spiegato che era la società che meglio corrispondeva ai “parametri necessari”, evitando però di chiarire quali fossero. Diciamo che sul piano della trasparenza il Cremlino non rischia l’overbooking.
Il particolare più interessante riguarda proprio Krayushkin. Le ricostruzioni disponibili lo identificano con Andrei Krayushkin, maggior generale del ministero dell’Interno ed ex primo vicecapo della Direzione per le questioni migratorie. Non quindi un manager qualunque pescato nel settore privato, ma una figura proveniente dall’apparato statale russo. L’identificazione si basa sulla coincidenza del nome completo, della data di nascita e di altri elementi identificativi e, non essendoci una conferma ufficiale della società, è corretto mantenerla come identificazione non ufficiale. Resta comunque il quadro: una società con circa 155 euro di capitale, quasi sconosciuta fino a ieri, viene affidata a un generale dell’Interno e una settimana dopo ottiene la gestione di asset appartenenti ad alcuni dei maggiori gruppi occidentali ancora presenti in Russia.
Nestlé, dal canto suo, non sembra intenzionata a limitarsi a prendere atto della decisione. Il gruppo ha comunicato di stare valutando la situazione e tutte le opzioni disponibili, dichiarandosi pronto ad adottare tutte le misure necessarie per tutelare i propri diritti e garantire la continuità delle attività, con particolare attenzione ai dipendenti. Non ha ancora specificato quali iniziative concrete intenda intraprendere e non ha annunciato formalmente un ricorso giudiziario, ma il significato della dichiarazione è abbastanza chiaro: la multinazionale non considera affatto chiusa la partita e si riserva di reagire sul piano legale e societario.
Mosca inserisce il provvedimento nel quadro delle misure rivolte contro imprese appartenenti ai Paesi definiti “ostili”, in risposta alle sanzioni occidentali e al sostegno all’Ucraina. Il meccanismo dell’amministrazione temporanea non nasce con Nestlé ed è già stato utilizzato nei confronti di altri grandi gruppi occidentali. In alcuni casi la fase temporanea è stata successivamente seguita dalla vendita degli asset a soggetti russi, ma questo non significa che Nestlé sia già stata venduta o che necessariamente lo sarà. Il decreto attuale non trasferisce la proprietà: separa la proprietà dal controllo.
Ed è proprio questo che rende ambiguo il sottotitolo di Repubblica. Parlare di attività “trasferite a un gruppo russo” fa pensare a un’acquisizione o a un cambio di proprietario, mentre la vicenda è più sottile e, per certi versi, anche più significativa. Il proprietario resta formalmente al suo posto, ma il potere di amministrare ciò che possiede viene consegnato per decreto a un altro soggetto. Nessun assegno, nessuna trattativa, nessuna compravendita. Nestlé resta proprietaria, ma a gestire le sue attività russe è una società da 155 euro di capitale guidata da pochi giorni da un generale proveniente dal ministero dell’Interno.
Il capitalismo secondo il Cremlino ha quindi trovato una formula tutta sua: investi, costruisci stabilimenti, assumi migliaia di persone e continui persino a comparire nei registri come proprietario. Poi arriva lo Stato e decide che, per il momento, a gestire tutto sarà qualcun altro. Nestlé è tua, ma la gestiamo noi.
Piero Terracina

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