
Il discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Ursula von der Leyen contiene parecchie cose, alcune destinate probabilmente a rimanere proposte per parecchio tempo, altre invece molto più concrete. Ma il punto interessante non è fare l’elenco degli annunci, quanto capire il disegno che comincia a emergere mettendo insieme intelligenza artificiale, difesa, industria, energia, materie prime e il nuovo rapporto con il Canada. Per molti anni l’Europa ha potuto permettersi di considerare queste questioni quasi indipendenti l’una dall’altra; oggi non è più possibile, perché tecnologia, produzione industriale, disponibilità energetica e capacità militare sono diventate parti dello stesso sistema di potere. Il problema quindi non è stabilire se Bruxelles abbia improvvisamente scoperto una nuova vocazione geopolitica, ma prendere atto che il mondo intorno all’Europa è cambiato molto più velocemente delle sue istituzioni.
Il modello sul quale abbiamo vissuto per decenni era semplice e, finché ha funzionato, anche molto conveniente. La sicurezza europea poggiava soprattutto sugli Stati Uniti, una parte importante dell’energia arrivava dalla Russia, una quantità crescente di produzione industriale veniva trasferita in Asia e quasi tutta la rivoluzione digitale era guidata da imprese americane. L’Europa poteva quindi dedicarsi alla costruzione del proprio mercato interno e al miglioramento delle regole contando sul fatto che il quadro strategico generale sarebbe rimasto relativamente stabile. La guerra in Ucraina, il deterioramento dei rapporti con Mosca, il confronto economico con Pechino e le crescenti tensioni commerciali con Washington hanno dimostrato quanto quella tranquillità dipendesse da condizioni che nessuno era in grado di garantire per sempre. Essere alleati non significa avere interessi identici, comprare a basso costo non significa avere approvvigionamenti sicuri e trasferire all’estero una capacità produttiva può sembrare conveniente fino al giorno in cui quella capacità diventa indispensabile.
Il discorso sull’intelligenza artificiale va letto esattamente da questa prospettiva. L’Europa negli ultimi anni si è distinta soprattutto per la capacità di regolamentare un settore nel quale, però, le principali piattaforme, i maggiori investimenti, le infrastrutture di calcolo e buona parte dell’innovazione arrivano dagli Stati Uniti e dalla Cina. Le regole servono, soprattutto davanti a tecnologie che possono avere conseguenze profonde sull’economia, sulla sicurezza e sul lavoro, ma la regolamentazione da sola non costruisce alcuna sovranità tecnologica. Von der Leyen ha indicato la necessità di aumentare la capacità europea nell’AI e di portarne le applicazioni nell’industria, nella sanità, nei trasporti, nell’agricoltura, nello spazio e nella difesa, accompagnando lo sviluppo con strumenti di verifica e sicurezza per i sistemi più avanzati. È un cambio di prospettiva che arriva con parecchio ritardo, ma affronta finalmente il problema reale: l’Europa non può limitarsi a stabilire le condizioni alle quali utilizzare tecnologie progettate e controllate quasi esclusivamente dagli altri.
Dentro questo quadro assume un significato particolare la proposta di creare per il Canada una forma di “membro associato” dell’Unione Europea. Non stiamo parlando dell’ingresso del Canada nell’UE, ipotesi che lo stesso primo ministro Mark Carney ha escluso, ma della ricerca di una formula nuova attraverso la quale approfondire enormemente una collaborazione già molto forte. La proposta deve ancora essere definita e richiederebbe il consenso degli Stati membri, ma politicamente introduce un concetto interessante: l’Europa comincia a immaginare attorno a sé una rete strategica che non coincide necessariamente con i propri confini istituzionali. Canada ed Europa condividono interessi rilevanti sulla difesa, sulle tecnologie avanzate, sull’energia, sulle materie prime critiche, sull’Artico e sulle catene di approvvigionamento, mentre Ottawa sta cercando a sua volta di ridurre una dipendenza economica dagli Stati Uniti che rimane enorme. È quindi un rapporto costruito molto più sulla convenienza reciproca che sulla semplice affinità politica, ed è proprio questo a renderlo interessante.
La cooperazione militare dimostra inoltre che non siamo soltanto nel campo delle intenzioni. Il Canada è diventato nel giugno scorso il primo Paese non europeo a partecipare allo strumento SAFE, entrando nel sistema con cui l’Unione intende favorire investimenti comuni e aumentare la capacità produttiva dell’industria della difesa. L’accordo era stato firmato a febbraio e sviluppa ulteriormente il partenariato sulla sicurezza e la difesa avviato al vertice Canada UE del 2025. È un passaggio molto più concreto delle dichiarazioni sull’eventuale associazione politica, perché permette alle imprese e ai prodotti canadesi di partecipare agli appalti finanziati attraverso SAFE e crea quindi un collegamento diretto fra le rispettive industrie militari. Per Ottawa significa diversificare relazioni economiche e strategiche storicamente concentrate verso gli Stati Uniti; per l’Europa significa allargare la propria base industriale verso un Paese che dispone di tecnologia, energia, materie prime e capacità produttive compatibili con le esigenze europee.
Il tema della difesa europea, del resto, non può più essere affrontato come la vecchia discussione ideologica tra europeisti e atlantisti, perché la questione concreta è diventata molto più elementare. La NATO resta il pilastro della sicurezza occidentale e gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il principale attore militare dell’Alleanza, ma proprio per questo l’Europa deve essere in grado di assumersi una quota maggiore della propria sicurezza. Per decenni numerosi governi hanno ridotto investimenti, scorte e capacità produttive contando implicitamente sul fatto che, davanti a una crisi seria, Washington avrebbe comunque garantito ciò che mancava. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto rapidamente vengano consumate munizioni, sistemi antiaerei, missili e mezzi in un conflitto ad alta intensità e quanto tempo richieda ricostituire una produzione industriale smantellata o ridimensionata per anni. Rafforzare la componente europea della difesa non equivale quindi a prendere le distanze dagli Stati Uniti, ma a evitare che l’intero equilibrio dell’Alleanza continui a dipendere in maniera sproporzionata dalla disponibilità americana.
Anche l’allargamento del ragionamento a Regno Unito, Norvegia e Ucraina segue la stessa logica. Von der Leyen ha proposto un Consiglio Europeo di Sicurezza e un protocollo di emergenza per affrontare crisi, sabotaggi, attacchi informatici e minacce ibride, prevedendo una cooperazione che possa coinvolgere anche partner esterni all’Unione. In pratica si comincia a prendere atto che la sicurezza del continente non coincide perfettamente con la carta politica dell’UE e che alcuni dei Paesi strategicamente più importanti per l’Europa si trovano al di fuori delle sue istituzioni. Londra è uscita dall’Unione ma resta una delle principali potenze militari europee, la Norvegia ha un ruolo decisivo nell’energia e nell’Artico, il Canada dispone di enormi risorse e di una posizione geografica fondamentale nell’estremo Nord, mentre l’Ucraina è ormai diventata parte centrale dell’architettura di sicurezza del continente. Pensare di gestire separatamente questi rapporti avrebbe sempre meno senso.
È probabilmente questo l’aspetto più interessante del discorso della von der Leyen: la presa d’atto che economia e geopolitica sono tornate a sovrapporsi dopo trent’anni nei quali in Europa abbiamo spesso fatto finta che potessero procedere separatamente. Le terre rare non sono soltanto materie prime, perché chi ne controlla l’accesso può condizionare interi settori industriali; i semiconduttori non sono semplicemente componenti elettronici, perché senza di essi si fermano telecomunicazioni, automobili, industria e sistemi militari; l’energia non è soltanto una questione di prezzo, perché la provenienza delle forniture determina vulnerabilità politiche; i data center, le reti elettriche, i satelliti e i cavi sottomarini non sono normali infrastrutture, perché in una crisi diventano immediatamente obiettivi strategici. Persino l’intelligenza artificiale, presentata per anni prevalentemente come una rivoluzione tecnologica e commerciale, è ormai parte della competizione tra Stati per il controllo delle capacità industriali e militari del futuro.
Resta naturalmente il problema principale, quello che accompagna l’Unione Europea praticamente dalla sua nascita: trasformare le intenzioni in decisioni e le decisioni in risultati. Ventisette governi continuano ad avere interessi differenti, bilanci differenti, politiche energetiche differenti e percezioni della sicurezza non sempre coincidenti, mentre la velocità con cui si muovono tecnologia e geopolitica è spesso incompatibile con i tempi della mediazione europea. Nessun discorso pronunciato a Strasburgo può cancellare questi limiti e sarebbe ingenuo scambiare un programma politico per una realtà già costruita. Tuttavia il fatto stesso che AI, difesa, industria, energia, materie prime e rapporti con partner come il Canada vengano finalmente affrontati come elementi di una stessa strategia rappresenta un cambiamento rispetto a un’Europa che per troppo tempo ha ragionato quasi esclusivamente come grande mercato regolamentato.
La questione non è costruire un’Europa contro gli Stati Uniti, contro la Cina o contro chiunque altro, perché sostituire una dipendenza con un’altra forma di contrapposizione ideologica non risolverebbe nulla. L’obiettivo razionale dovrebbe essere molto più concreto: mantenere le alleanze quando convengono, costruirne di nuove quando servono e assicurarsi contemporaneamente una capacità industriale, tecnologica, energetica e militare sufficiente per non essere costretti ad accettare le decisioni prese altrove. Il rapporto con il Canada, la cooperazione con il Regno Unito e la Norvegia, gli investimenti nella difesa e il tentativo di recuperare terreno nell’intelligenza artificiale hanno senso soltanto se vengono letti dentro questa prospettiva. Dopo decenni trascorsi contando sulla stabilità del mondo costruito alla fine della Guerra Fredda, l’Europa sembra avere finalmente compreso che quella stagione è terminata e che il proprio peso economico, da solo, non garantisce più automaticamente un peso politico equivalente. Il vero problema, da domani, sarà dimostrare di essere capace di comportarsi di conseguenza.
Piero Terracina

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