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Il velo integrale diventa cultura: il Municipio 9 patrocina la cancellazione delle donne?

Un volto completamente nascosto da un velo nero, sormontato da una corona di alloro e rose rosse. È questa l’immagine scelta per promuovere “Bovisa al plurale: voci, spazi, narrazioni”, l’evento in programma il 13 settembre in piazza Schiavone, patrocinato a Milano dal Municipio 9 e organizzato con la collaborazione, tra gli altri, dell’Anpi.

di Luca Rampazzo | 10 Settembre 2026

Un volto completamente nascosto da un velo nero, sormontato da una corona di alloro e rose rosse. È questa l’immagine scelta per promuovere “Bovisa al plurale: voci, spazi, narrazioni”, l’evento in programma il 13 settembre in piazza Schiavone, patrocinato dal Municipio 9 e organizzato con la collaborazione, tra gli altri, dell’Anpi.

Secondo gli organizzatori, l’iniziativa dovrebbe essere un “dispositivo culturale interdisciplinare” dedicato alla rigenerazione urbana e alla partecipazione del quartiere. Dietro questa definizione tanto ambiziosa quanto incomprensibile resta però un manifesto chiarissimo: una donna senza volto trasformata in simbolo pubblico e persino celebrata con una corona d’alloro.

«Il Municipio 9 deve spiegare come sia stato possibile concedere il proprio patrocinio a un evento promosso attraverso un’immagine di questo genere», dichiara Enrico Turato, consigliere di Municipio. «Il velo integrale non è un elemento decorativo e neppure un’innocua espressione di pluralismo culturale. In molti Paesi rappresenta l’imposizione di un sistema nel quale la donna deve scomparire dallo spazio pubblico, rendersi irriconoscibile e nascondere persino il proprio volto. Presentarlo come emblema di partecipazione e rigenerazione urbana significa rovesciare completamente il significato delle parole».

La questione non riguarda la libertà religiosa, che nessuno mette in discussione, ma il limite oltre il quale il rispetto delle culture si trasforma nell’accettazione passiva di simboli incompatibili con la dignità e la libertà conquistate dalle donne. Il pluralismo non può significare che ogni pratica debba essere accolta, legittimata e finanziata dalle istituzioni senza alcuna valutazione critica.

«Da giovane donna trovo questa immagine profondamente inquietante», afferma Ginevra Turato. «Siamo cresciute sentendoci ripetere che una donna deve poter scegliere chi essere, come vestirsi, come vivere e come mostrarsi al mondo. Adesso, in nome di una malintesa inclusione, ci viene presentata come simbolo culturale una figura privata del volto e quindi della propria identità. Non considero progressista celebrare ciò contro cui tante donne, soprattutto nei regimi islamisti, rischiano ogni giorno la libertà e la vita».

La contraddizione diventa ancora più evidente considerando la presenza dell’Anpi tra le realtà coinvolte. Un’associazione che richiama continuamente i valori della libertà e dell’emancipazione dovrebbe interrogarsi prima di collaborare a un’iniziativa rappresentata dalla cancellazione visiva della donna. Evidentemente, però, nella Milano della sinistra anche la libertà femminile può essere sacrificata quando entra in conflitto con il dogma del multiculturalismo.

«Il patrocinio pubblico non è un timbro automatico», prosegue Enrico Turato. «Esprime una condivisione istituzionale e politica. Per questo chiederemo al Presidente del Municipio e alla Giunta se abbiano visto e approvato il materiale promozionale, quali valutazioni siano state effettuate e se ritengano davvero questa rappresentazione coerente con i principi di parità e rispetto della donna che il Comune dichiara di difendere».

La sinistra milanese sembra ormai incapace di distinguere l’inclusione dalla resa culturale. Difendere una società aperta non significa accettare qualsiasi simbolo in silenzio, ma avere abbastanza fiducia nei nostri valori da affermare che la libertà della donna, il suo volto e la sua identità non sono negoziabili. E non possono diventare materiale pubblicitario per un evento patrocinato dalle istituzioni.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

Interazioni del lettore

Trackback

  1. C’ERA UNA VOLTA | ilblogdibarbara ha detto:
    10 Settembre 2026 alle 23:58

    […] Luca Rampazzo 10 Settembre 2026, qui. […]

    Rispondi

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