
A Cernobbio, nel salotto blindato del Forum Ambrosetti, dove l’establishment si autocelebra tra velluti e previsioni macroeconomiche, è andato in scena un confronto che ha mostrato la distanza siderale tra chi costruisce concetti e chi costruisce slogan.
Mario Monti ha preso Roberto Vannacci e lo ha costretto ad uscire dal terreno protetto della propaganda per entrare nel territorio ostile dei principi costituzionali, dei vincoli europei, della storia.
Il generale, abituato a platee che lo applaudono senza incalzarlo, si è ritrovato davanti un uomo che non concede scorciatoie: Monti ha smontato il suo progetto politico con la precisione di chi conosce ogni ingranaggio della democrazia liberale. Il risultato è stato evidente: non un duello, ma una demolizione.
Il programma di Vannacci, quello che lui chiama Futuro Nazionale, è un manifesto identitario che immagina un’Italia chiusa, omogenea, culturalmente selettiva. Non propone politiche: propone confini. L’identità nazionale diventa criterio di appartenenza, la cittadinanza diventa privilegio, la diversità diventa minaccia.
L’Europa è descritta come un ostacolo da aggirare, non come un sistema di valori da rispettare. La società viene immaginata come un corpo unico che deve difendersi da contaminazioni esterne. È un progetto che non parla di diritti ma di purezza, non parla di pluralismo ma di ordine, non parla di futuro ma di una mitologia nazionale che non è mai esistita.
La retorica identitaria è il suo motore: costruisce un “noi” idealizzato e un “loro” minaccioso. Il “noi” è sempre superiore, virtuoso, disciplinato; il “loro” è sempre caotico, invasivo, incompatibile. Non importa chi siano: migranti, minoranze, europeisti, dissidenti. L’importante è che esista un nemico. Senza nemico, il discorso si spegne. Con il nemico, diventa autoalimentato. È la logica del sovranismo più rudimentale: se la realtà non conferma la narrazione, si modifica la realtà; se i dati non sostengono la tesi, si sostituiscono con impressioni; se la storia contraddice il mito, si riscrive il mito.
Monti ha colpito proprio qui: ha mostrato che quel programma non è radicale, è illegittimo. La Costituzione italiana non ammette gerarchie etniche, non ammette cittadinanza selettiva, non ammette identità come criterio di esclusione. L’articolo 3 vieta qualsiasi discriminazione basata su origine, cultura, etnia. L’articolo 2 tutela diritti inviolabili che non possono essere subordinati a un modello culturale unico. L’articolo 11 e l’articolo 117 vincolano l’Italia ai trattati internazionali e ai principi dell’Unione Europea. Un programma che propone misure incompatibili con la Carta dei Diritti dell’UE – come restrizioni culturali, discriminazioni etniche, limitazioni alla libertà personale – renderebbe l’Italia automaticamente in violazione dei trattati. Non è una questione di opinioni: è una questione di diritto. Monti lo ha spiegato con la freddezza di chi ha vissuto l’Europa dall’interno.
Ma la parte più devastante è stata la distruzione della retorica identitaria. Monti ha ricordato che non è patriottismo: è nazionalismo.
Se il patriottismo è l’attaccamento alla propria terra e alle sue Istituzioni, nel rispetto delle altre nazioni, il nazionalismo assume un carattere di superiorità, escludente o aggressivo nei confronti delle altre nazioni. Proprio per le conseguenze che ebbe, il nazionalismo acquisì un’accezione negativa: infatti il termine nazionalista designa colui che ama la propria patria ma odia quella altrui.
E il nazionalismo, nella sua forma più insidiosa, non si presenta con simboli e parate, ma con parole che insinuano superiorità, ha ribadito Monti, evocando Camus per dire che amare il proprio Paese significa rifiutare il nazionalismo, non abbracciarlo. Ha richiamato Mitterrand per ricordare che il nazionalismo non è un progetto politico: è una premessa di guerra. Ha mostrato che la retorica identitaria funziona solo se la comunità si percepisce assediata: se l’Italia è vista come fragile, contaminata, minacciata, allora qualsiasi misura di difesa – anche incostituzionale – appare legittima. È un meccanismo psicologico antico: quando si crea paura, si ottiene obbedienza.
Cernobbio ha rivelato una verità che molti fingono di non vedere: quando la propaganda incontra la competenza, la propaganda implode. Da una parte un programma che trasforma l’identità in arma politica; dall’altra un uomo che ricorda che la democrazia vive di diritti, non di appartenenze.
Monti ha contrastato Vannacci perché il suo progetto non costruisce nulla: restringe, seleziona, divide. Non rafforza l’Italia: la isola. Non difende la libertà: la condiziona. Non protegge la società: la irrigidisce.
Il punto non è chi piace o chi non piace: il punto è che un programma fondato sulla superiorità nazionale non è un’opinione, è una violazione.
E Monti lo ha detto con la precisione di chi sa che certe derive non si combattono con i toni, ma con i principi.
Angioletta Massimino

Temo che Angioletta non viva di amore , ma di livore , purtroppo endemico . La ” vittoria ” montiana ,nel confronto con Vannacci , si basa solo su slogan ed imprecisioni ….argomentazioni buone certo a convincere , ma solo i beoti seguaci . A parte il fatto che che siamo ancora in attesa di conoscere quali principi costituzionali ( elencarli ,please ) sarebbero violati dalle grida vannacciane ….
puccio cartoni
Temo che Angioletta non viva di amore , ma di livore , purtroppo endemico . La ” vittoria ” montiana ,nel confronto con Vannacci , si basa solo su slogan ed imprecisioni ….argomentazioni buone certo a convincere , ma solo i beoti seguaci . A parte il fatto che che siamo ancora in attesa di conoscere quali principi costituzionali ( elencarli ,please ) sarebbero violati dalle grida vannacciane ….
poccio cartoni
Monti e Draghi hanno creato molti scontenti e Vanacci ne raccoglieranno i frutti
Evidentemente, l’ex Rettore della Bocconi, voleva riscattarsi per i suoi fallimenti e invece di argomentare sull’oggetto del dibattito ha preferito fare la pipi’ fuori dal vaso.
Non ha fatto una bella figura.
Il problema è che è proprio gente come Monti (e Draghi) che ha fatto crescere il fenomeno Vannacci.
Un po’ come il giolittismo liberale fece nascere il fascismo, dalla sua incapacità di comprendere le esigenze popolari.
Gabriele D’Annunzio e Alceste de Ambris all’epoca lo compresero.
Molti altri no.
La Storia si ripete.
In Italia solo piccole minoranze illuminate (come Angelo D’Orsi e pochi altri) hanno compreso che la causa del fascismo è il liberal capitalismo e i sepolcri imbiancati alla Monti e alla Draghi.
E una maggioranza e una opposizione in linea con l’ irresponsabile Agenda Ursula.
Ci sarà un futuro roseo?
Negli Anni 20 e successivi non fu così.
Era già troppo tardi.
Evidentemente, l’ex Rettore della Bocconi, voleva riscattarsi per i suoi fallimenti e invece di argomentare sull’oggetto del dibattito ha preferito fare la pipi’ fuori dal vaso.
Non ha fatto una bella figura.