
di Elena Marisol Brandolini*
Nell’ultima domenica di agosto, il presidente americano Donald Trump ha annunciato il raggiungimento di un accordo con il Venezuela di Delcy Rodríguez. Secondo cui, gli Stati Uniti godranno del controllo maggioritario della quinta parte delle riserve di petrolio del paese caraibico. Un patto criticato da più parti all’interno del paese latino americano, ma definito “storico” dalla leadership venezolana che, nell’illustrarlo, si preoccupa di confermare il mantenimento della sovranità nazionale sulla principale risorsa del paese; mentre da Washington si parla di un vero e proprio “regalo” fatto agli americani. Un’intesa che consente a Trump di arrivare alle elezioni di mezzo termine del prossimo novembre con la promessa ai consumatori di future riduzioni del prezzo della benzina e offre a Rodríguez la possibilità di rendere competitivo il chavismo in eventuali elezioni in Venezuela, assicurando un miglioramento dell’economia del paese come conseguenza dell’investimento americano. Si conferma così, una volta di più, come l’attenzione statunitense nei confronti della regione latino americana sia principalmente motivata da interessi economici e, per quanto riguarda il Venezuela, come il sequestro di Nicolás Maduro dello scorso 3 gennaio sia stato realizzato con il principale obiettivo di mettere le mani sul grezzo venezolano.
Il controllo americano su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere venezolano permette a Washington di raddoppiare le sue riserve attuali, in un momento in cui queste si trovano a un livello minimo per effetto di varie crisi internazionali, ultima la guerra contro l’Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz, che hanno fatto volare il prezzo della benzina alle stelle. L’investimento che ne deriva di oltre 100 miliardi di dollari dovrebbe contribuire alla modernizzazione del settore venezolano e alla ricostruzione dell’economia del paese. Se le grandi compagnie del settore petrolifero statunitense non mostrano particolare interesse nell’investire in un paese che non offre garanzie di successo, e non si sa perciò se aderiranno all’accordo; cresce la preoccupazione nel settore petrolifero venezolano, che vede l’economia del proprio paese perdere di sovranità, stretta nella morsa americana. La stampa statunitense calcola che, dalla cattura di Maduro, gli Stati Uniti hanno ricavato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del grezzo venezolano.
Un affare milionario che non ha migliorato in nulla le condizioni socio-economiche del paese, con un’inflazione annua del 600% e un reddito minimo assolutamente insufficiente a coprire i bisogni essenziali delle persone. Tra l’altro, il Venezuela è da un paio di mesi uscito da un grave terremoto che ha colpito la regione de La Guaira, con tremila vittime mortali confermate e danni fisici diretti che l’Onu calcola in 37 miliardi di dollari. In quell’occasione, sono state forti le critiche al governo per il ritardo e l’inefficienza nei soccorsi, un sondaggio realizzato da Atlasintel per Bloomberg News mostra una disapprovazione per l’operato di Delcy Rodríguez superiore al 60%. Anche perciò il chavismo al potere si mostra orgoglioso dell’accordo e gli affida il proprio futuro elettorale.
Col patto sul petrolio gli Stati Uniti stanno realizzando le prime due fasi del piano iniziato col sequestro di Maduro: quelle della ricostruzione del settore petrolifero e del rilancio e stabilizzazione dell’economia venezolana. Poi sarà il tempo della riforma democratica, una terza fase che formalmente è già iniziata con l’avvio nel mese di agosto di un nuovo negoziato tra chavismo e opposizione. Numerose sono state le iniziative di dialogo analoghe realizzate negli ultimi venti anni, ma questa volta ci sono gli Stati Uniti a dettare l’agenda e a benedire il percorso. Il programma prevede l’abilitazione dei partiti e l’avanzamento nei diritti politici nel mese di ottobre, a novembre la creazione di un nuovo Tribunale Supremo di Giustizia e a dicembre un nuovo Consiglio Nazionale Elettorale. E, per il momento, il tavolo parte senza la presenza della principale leader dell’opposizione, María Corina Machado.
Intanto, dal carcere di New York, dove Maduro e sua moglie Cilia Flores sono rinchiusi da otto mesi, arrivano le prime foto del presidente venezolano, sorridente e con le dita delle mani in segno di vittoria: “un piccolo regalo a tutti i miei nipoti, ai bambini e alle bambine e alla gente nobile che ci ama”, scrive sul suo account di X. Il processo contro Maduro inizierà nel giugno del prossimo anno, a meno che la prossima udienza di novembre non gli riconosca l’immunità dovuta a un capo di Stato, come sostiene la sua difesa.
*Istituto Ispi

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