
Nel 1991 il mondo si è illuso di aver assistito alla “fine della storia”. La bandiera rossa che calava dal Cremlino sembrava il certificato di morte di un impero. Ma la storia non finisce, si traveste. Se guardiamo alla Russia odierna, governata da Vladimir Putin e dalla macchina burocratica di Russia Unita, sorge un dubbio radicale: e se l’Unione Sovietica non fosse mai crollata, ma avesse semplicemente compiuto una metamorfosi biologica per superare il proprio stallo strutturale? Verso la fine degli anni ’80, il sistema sovietico era paralizzato da un’economia pianificata asfittica e da una gerontocrazia incapace di rinnovarsi. Il crollo nominale non è stato una tabula rasa, ma un processo di distillazione. Il nucleo duro del potere sovietico – gli apparati di sicurezza (il KGB, oggi FSB) e la mentalità della “verticale del potere” – ha capito che per salvare l’Impero era necessario sacrificare l’ideologia. Russia Unita è il prodotto perfetto di questa mutazione. Non è un partito ideologico, esattamente come il PCUS degli ultimi decenni non era più una fucina di pensiero marxista, ma un immenso ufficio di collocamento per la gestione del potere. Putin ha sostituito il Manifesto Comunista con il nazionalismo pan-russo e il misticismo ortodosso, ma la struttura profonda rimane immutata: lo Stato controlla l’economia tramite oligarchi che fungono da moderni feudatari, il dissenso viene trattato come tradimento della Patria e il confine geografico è considerato una linea provvisoria. L’URSS non è morta nel 1991. Ha solo cambiato software (passando dal comunismo al capitalismo di Stato oligarchico) mantenendo lo stesso identico hardware: l’autoritarismo imperiale.
Raffaele Amendola

Lascia un commento