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Il riformismo oltre il Novecento

Le questioni poste dal filosofo Luca Taddio nel suo editoriale apparso sulle pagine de “Il Riformista” il 21 agosto sono entrate, nel giro di poche ore, nel dibattito politico nazionale. La discussione sulla cultura woke, riaperta negli Stati Uniti dalle parole di Alexandria Ocasio-Cortez, è arrivata anche in Italia. Taddio aveva posto la questione in termini che mi sembrano condivisibili. Molte delle istanze nate all’interno della cultura woke riguardano diritti e forme di tutela che devono essere difesi e, in alcuni casi, ulteriormente estesi.

di Bobo Craxi | 26 Agosto 2026

Le questioni poste dal filosofo Luca Taddio nel suo editoriale apparso sulle pagine de “Il Riformista” il 21 agosto sono entrate, nel giro di poche ore, nel dibattito politico nazionale. La discussione sulla cultura woke, riaperta negli Stati Uniti dalle parole di Alexandria Ocasio-Cortez, è arrivata anche in Italia. Taddio aveva posto la questione in termini che mi sembrano condivisibili. Molte delle istanze nate all’interno della cultura woke riguardano diritti e forme di tutela che devono essere difesi e, in alcuni casi, ulteriormente estesi. Il problema nasce quando queste rivendicazioni vengono inserite in una visione identitaria che tende a sostituire all’universalità dei diritti individuali l’appartenenza a gruppi e identità collettive. Negli Stati Uniti questo processo è più comprensibile per ragioni storiche e per l’assenza di alcune forme di protezione sociale che in Europa abbiamo conosciuto. Da noi quelle istanze devono essere ripensate, riposizionate e anche rilanciate, non certo respinte. Tanto più che le profonde diseguaglianze del mondo contemporaneo ci porranno presto di fronte alla necessità di riconoscere nuovi diritti e nuove forme di tutela, nuovi diritti sociali e nuovi diritti civili.

Il punto centrale dell’articolo di Taddio che vorrei richiamare riguarda il destino della sinistra italiana.

Esso non Riguarda non soltanto l’identità del Partito Democratico, ma il futuro stesso del socialismo e del riformismo italiano. È una questione che merita di essere approfondita guardando contemporaneamente al passato e al futuro, perché le due prospettive sono ancora strettamente legate.

Il PD appartiene a pieno titolo oggi alla famiglia del socialismo europeo, nonostante questa collocazione sia stata il risultato di un percorso tutt’altro che lineare. L’ingresso del Partito Democratico nel Partito del Socialismo Europeo avvenne nel 2014, durante la segreteria di Matteo Renzi, e risolse in maniera forse troppo semplice una questione politica e culturale che veniva da molto più lontano.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, infatti, il problema si era già posto per gli eredi del Partito Comunista Italiano. Mio padre partecipò direttamente alla costruzione di quel passaggio: dopo la fine del comunismo sovietico sembrò naturale individuare nel socialismo europeo il terreno sul quale potesse avvenire l’incontro tra tradizioni che per decenni erano state divise.

Ciò che allora probabilmente non comprendemmo fino in fondo fu la portata della cesura del 1989. Non stava finendo soltanto il comunismo: stava terminando un intero equilibrio politico, economico e geopolitico. In Italia quella trasformazione si sarebbe intrecciata pochi anni dopo con la crisi della Prima Repubblica e con la scomparsa dei partiti che ne avevano costituito l’ossatura.

È anche dentro questa storia irrisolta che nasce, molti anni dopo, il Partito Democratico. Taddio pone un’alternativa difficile da eludere: o il PD sceglie di essere un partito socialista o socialdemocratico, oppure deve tornare all’ambizione originaria di essere la casa di un riformismo capace di andare oltre i confini tradizionali del socialismo.

È questa seconda possibilità che mi sembra oggi la più interessante. Non riguarda simboli, sigle, posti nelle liste che pure hanno un loro peso specifiche in imminenza di scadenze elettorali decisive. Ma Riguarda piuttosto una questione molto più radicale: dobbiamo chiederci se l’elaborazione teorica del socialismo novecentesco sia ancora sufficiente per comprendere e governare il mondo nel quale siamo entrati.

Il nuovo corso Socialista intuì già molti anni fa la necessità di andare oltre il socialismo così come lo avevamo conosciuto. Forse era persino un’intuizione in anticipo sui tempi. Oggi quella domanda torna con una forza ancora maggiore, perché sono cambiati i problemi ai quali la politica deve rispondere.

Il digitale, l’intelligenza artificiale e l’automazione stanno trasformando il lavoro e i rapporti di produzione. La concentrazione dei dati e delle tecnologie produce forme di potere che le categorie politiche tradizionali faticano persino a descrivere. La finanza opera ormai su una scala globale, mentre la politica continua in larga misura a essere organizzata entro i confini nazionali. A ciò si aggiungono le migrazioni, la transizione ecologica e una trasformazione degli equilibri internazionali che rimette in discussione l’ordine costruito nel secondo dopoguerra.

Possiamo davvero pensare di affrontare problemi nuovi limitandoci a riproporre risposte elaborate nel Novecento?

Taddio richiama nella conclusione del suo articolo la possibilità di una nuova sintesi tra socialismo e liberalismo. È una questione che riguarda direttamente anche la nostra storia. Il socialismo democratico comprese progressivamente che la giustizia sociale non poteva essere costruita sacrificando le libertà individuali; il liberalismo dovette riconoscere che la libertà rischia di essere soltanto formale quando enormi diseguaglianze economiche impediscono a una parte della società di esercitarla concretamente.

Quella sintesi oggi deve essere nuovamente elaborata. E il suo primo banco di prova sarà probabilmente il lavoro. Che cosa accade a una società costruita per due secoli attorno al lavoro quando intelligenza artificiale e automazione consentono di produrre una quantità crescente di ricchezza con una quantità decrescente di lavoro umano? Chi possiederà quella ricchezza? Come verrà distribuita? Quali nuove diseguaglianze produrrà il controllo delle tecnologie?

Sono domande socialiste perché riguardano la distribuzione del potere e della ricchezza. Sono domande liberali perché riguardano l’autonomia dell’individuo di fronte a poteri economici e tecnologici sempre più grandi. E sono domande nuove perché nessuna delle due tradizioni, presa isolatamente, possiede già tutte le risposte.

È su questo terreno che dovrebbe misurarsi anche il Partito Democratico, se vuole dare una ragione teorica, prima ancora che elettorale, alla propria esistenza. Ma la questione è persino più vasta del PD o del nostro orgoglioso PSI;

Riguarda il socialismo europeo e, in Italia, un’area riformista che attraversa partiti diversi: dal Partito Democratico, a noi, alle forze liberaldemocratiche fino a quelle componenti che continuano a riconoscersi, a modo loro, nella tradizione liberale, europeista e riformista e che si attardano chi nei sostegni parlamentari al governo più a destra della storia repubblicana e chi in modo velleitario intende costruire un’alternativa ad esso relegandosi in un recinto stretto ed in un centrismo fuori tempo e penalizzato da qualsiasi legge elettorale maggioritaria e bipolare.

L’attuale assetto politico del PD non sembra andare in questa direzione. Ma prima o poi questa discussione dovrà essere affrontata. Non perché lo impongano le nostalgie della nostra storia, ma perché lo imporrà la realtà.

Il rischio è arrivarci troppo tardi. Le trasformazioni tecnologiche ed economiche che abbiamo davanti possono produrre una nuova e profonda questione sociale. Se la politica riformista non sarà capace di interpretarla, quella domanda troverà altrove le proprie risposte, probabilmente nelle forme del populismo, del nazionalismo o della protesta antisistema.

Per questo la questione posta da Taddio sull’identità del Partito Democratico va oltre il destino di un partito. La domanda decisiva non è quale nome dare al riformismo, ma quale riformismo sarà capace di governare il XXI secolo.

Bobo Craxi

Pubblicato in : Editoriale

Info Bobo Craxi

Vittorio “Bobo” Craxi è un politico italiano, già sottosegretario di Stato agli affari esteri con delega ai rapporti con l’ONU nel secondo governo Prodi. Già esponente del Partito Socialista Italiano storico, membro del Nuovo PSI e passato poi alla formazione politica dei Socialisti Uniti, ha aderito in seguito col suo gruppo al ricostituito Partito Socialista Italiano. È il figlio secondogenito di Bettino Craxi e fratello di Stefania.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luca Bagatin

    26 Agosto 2026 alle 12:14

    Che il PD si a partito socialista mi sembra discutibile.
    Ha, negli annientato i diritti sociali sostituendoli con lo specchietto per le allodole dei diritti civili e, appunto, del woke.
    Strategia a mio avviso applicata in gran parte dell’Occidente per annientare dall’interno il socialismo.
    Penso che lo dissi anche a Taddio vent’anni fa, quando ci incontrammo a Udine.
    Occorrerebbe ricostruire il socialismo in Europa, ovvero un socialismo senza equivoci, che ponga la comunità al centro e che promuova una economia Socialista di mercato (nazionalizzazioni dei settori chiave dell’economia), oltre che sovranità nazionale, ma in Italia vedo poca o nessuna prospettiva.
    Quanto al termine riformista…esso era rigettato da Turati, Saragat e penso che anche Bettino Craxi l’abbia usato molto poco.
    Oggi va di moda perché non si vuole usare il termine socialismo. Che fa paura a padroni e poteri forti.

    Rispondi

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