
C’è una contraddizione che in Italia fingiamo da decenni di non vedere. Lo Stato pretende una quantità enorme di risorse dall’economia regolare, ma una parte della stessa economia riesce a sopravvivere proprio perché esiste una zona sommersa nella quale quelle risorse continuano a circolare senza essere interamente intercettate dal fisco.
Questo non significa sostenere che il lavoro nero o l’evasione siano un bene. Significa riconoscere un meccanismo economico che tende inevitabilmente a svilupparsi quando il prelievo fiscale e contributivo, sommato ai costi burocratici, supera per una parte del sistema produttivo il limite della convenienza economica.
Nel 2025 la pressione fiscale italiana ha raggiunto il 43,1% del PIL. Ma quel numero rappresenta il rapporto complessivo tra imposte, contributi e prodotto nazionale. Per chi produce reddito dichiarato, soprattutto piccole imprese, autonomi e attività ad alta intensità di lavoro, il peso effettivamente percepito può essere molto superiore, perché alle imposte sul reddito si aggiungono contributi, IVA, accise, tributi locali e una lunga serie di costi indiretti collegati all’attività.
Ed è qui che nasce il controsenso. Se tutto ciò che oggi viene prodotto nel sommerso dovesse improvvisamente emergere, mantenendo inalterata l’attuale struttura fiscale e contributiva, una parte di quelle attività probabilmente non diventerebbe regolare. Semplicemente cesserebbe di esistere.
Perché una parte dell’economia sommersa non nasce esclusivamente dalla volontà di guadagnare di più sottraendosi al fisco. Nasce anche dall’esistenza di attività con margini talmente bassi da non riuscire a sostenere integralmente il costo della piena regolarità fiscale, contributiva e amministrativa.
L’Istat stimava per il 2023 oltre 217 miliardi di euro di economia non osservata, con il sommerso economico pari a circa il 9,2% del PIL. Sono cifre troppo grandi per liquidare il fenomeno con la solita rappresentazione del commerciante che non fa lo scontrino. Dentro quei numeri ci sono lavoro, servizi, consumi, piccoli scambi, edilizia, manutenzione, assistenza alle persone e una quantità enorme di attività che producono comunque reddito reale.
Quel denaro, anche quando nasce fuori dal circuito fiscale, difficilmente resta sotto il materasso, viene speso. Finisce nei supermercati, nei distributori di carburante, nei negozi, negli affitti, nelle automobili, nei ristoranti, nelle bollette e nell’acquisto di beni e servizi. Nel momento in cui rientra nell’economia regolare ricomincia, almeno in parte, a generare IVA, accise, fatturato, occupazione e quindi gettito fiscale.
In sostanza l’ economia sommersa non finanzia direttamente le casse dello Stato. Finanzia però una parte dell’economia reale che, attraverso consumi e domanda interna, finisce indirettamente per alimentare anche il sistema fiscale.
In gergo economico si chiama una gigantesca valvola di compensazione.
Uno Stato con una pressione fiscale moderata può permettersi di chiudere progressivamente quella valvola, perché l’emersione delle attività rimane economicamente sostenibile. Uno Stato che pretende troppo rischia invece un risultato completamente diverso: non trasferisce semplicemente il sommerso nell’economia regolare, ma ne distrugge una parte.
Se una persona guadagna 1.500 euro svolgendo una piccola attività irregolare e, una volta regolarizzata, tra imposte, contributi e costi amministrativi gliene rimangono 600, non è affatto scontato che continui a svolgerla. Potrebbe semplicemente smettere.
A quel punto lo Stato non avrà recuperato un contribuente. Avrà perso un pezzo di economia.
Ed è questo che rende le dinamiche italiote particolarmente delicate. L’economia sommersa non è soltanto un problema fiscale. È anche il sintomo di una struttura nella quale una parte delle attività economiche riesce a esistere proprio perché sfugge, almeno parzialmente, ai costi imposti dal sistema. In altre parole, il nero italiano è contemporaneamente malattia e antidolorifico.
La malattia è un sistema fiscale troppo pesante, una spesa pubblica enorme, una burocrazia costosa e una struttura contributiva che rende particolarmente oneroso il lavoro regolare. L’antidolorifico è quella massa di denaro che continua a circolare fuori dal controllo completo dello Stato e mantiene vivi consumi, piccoli lavori e attività marginali. Eliminare l’antidolorifico senza curare la malattia sarebbe una brillante idea soltanto sulla carta.
La vera lotta al nero dovrebbe quindi cominciare esattamente dal lato opposto rispetto a quello normalmente utilizzato: prima rendere conveniente emergere, poi pretendere l’emersione. Ridurre il costo fiscale e contributivo del lavoro, semplificare gli adempimenti, aumentare la convenienza economica della regolarità e allargare la base imponibile. A quel punto il sommerso diminuirebbe non soltanto perché aumentano controlli e sanzioni, ma perché diventerebbe meno conveniente restarci.
L’Italia ha invece seguito troppo spesso la strada inversa: aumentare controlli e obblighi senza chiedersi perché una parte tanto grande dell’economia continui a preferire l’ombra.
Ed è qui che emerge il paradosso finale.
Se domani mattina fosse possibile cancellare con un interruttore ogni euro di economia sommersa, lasciando però invariati tasse, contributi, burocrazia e spesa pubblica, non è affatto certo che quei 200 e passa miliardi diventerebbero magicamente economia regolare. Una parte emergerebbe. Una parte sparirebbe e probabilmente scopriremmo che quella montagna di economia che per decenni abbiamo indicato soltanto come il male assoluto era anche una delle valvole che permettevano a un sistema fiscalmente esasperato di continuare a respirare.
Il problema, quindi, non è difendere l’ econonomia sommersa parallela. È capire perché esiste. Perché quando un Paese ha bisogno dell’economia sommersa per rendere economicamente possibile ciò che alla luce del sole non lo è più, il problema non è soltanto chi evade.
È anche chi pretende troppo.
Piero Terracina

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