
C’è un punto oltre il quale la pressione fiscale smette di finanziare lo Stato e comincia a distruggere la base economica che quello Stato dovrebbe tassare. Non è una teoria politica, né una battaglia ideologica tra destra e sinistra. È una questione di margini, costi e sopravvivenza delle imprese.
Un’azienda non vive sul fatturato. Vive su quello che resta dopo aver pagato materie prime, stipendi, energia, affitti, trasporti, interessi, manutenzione, servizi e tutto ciò che serve per produrre e restare competitivi. Da quel margine devono poi uscire le imposte, gli investimenti, il rinnovo degli impianti, gli imprevisti e la remunerazione del capitale.
Quando il prelievo fiscale diventa troppo pesante, quel margine si restringe fino a scomparire.
A quel punto l’imprenditore ha poche possibilità. Taglia gli investimenti, rinvia le assunzioni, riduce il magazzino, comprime i costi oppure prova ad aumentare i prezzi. Ma il mercato non prende ordini dal ministero dell’Economia. Se il prezzo finale diventa più alto di quello dei concorrenti, il cliente compra altrove.
È qui che la pressione fiscale diventa un problema di competitività.
Un’impresa che perde margini investe meno. Un’impresa che investe meno innova meno. Se innova meno diventa più debole, perde mercato e prima o poi riduce l’occupazione, sposta parte delle attività o chiude.
Quando un’azienda chiude, però, non perde soltanto l’imprenditore. Perde lo Stato.
Scompare una parte di PIL, spariscono imposte, contributi e IVA, diminuiscono i consumi e aumenta spesso la spesa pubblica per ammortizzatori sociali e sostegno al reddito. Lo Stato si trova così nella situazione peggiore possibile: incassa meno e spende di più.
Se nel frattempo la spesa pubblica non viene ridotta, il problema diventa quasi inevitabile. Per compensare il gettito perso si aumenta il prelievo su chi è rimasto produttivo.
Ed è qui che il meccanismo diventa perverso. Più tasse riducono i margini. Meno margini riducono gli investimenti. Meno investimenti frenano crescita e occupazione. Meno crescita significa una base imponibile più piccola. Una base imponibile più piccola produce meno gettito. E per recuperare quel gettito si torna ad aumentare le tasse.
È il fisco che finisce per divorare se stesso.
Il principio è quello reso celebre dalla curva di Laffer: esiste un livello oltre il quale aumentare le aliquote non significa necessariamente aumentare le entrate fiscali. Se il prelievo diventa economicamente insostenibile, famiglie, imprese e investitori cambiano comportamento. Si investe meno, si produce meno, si spostano capitali e attività e, nei casi peggiori, si chiude.
Naturalmente non esiste una percentuale magica valida per tutte le aziende. Un’impresa con margini elevati può sopportare un prelievo maggiore di una che lavora con margini del 5 o del 10 per cento. Ma il principio resta identico: nessuna attività economica può essere tassata oltre la propria capacità di produrre reddito senza subire conseguenze.
Il problema nasce quando lo Stato considera il settore produttivo come un bancomat inesauribile.
Prima viene la produzione della ricchezza. Poi viene la sua tassazione.
Se si dimentica questo ordine elementare, si può anche aumentare il prelievo per qualche anno e riempire temporaneamente le casse pubbliche. Ma nel lungo periodo si impoverisce il tessuto produttivo, si riduce la capacità di investimento, si perde competitività e si restringe proprio quella base fiscale dalla quale dipendono le entrate dello Stato.
Ed è allora che arriva il capolavoro.
Dopo aver tassato troppo chi produce, si scopre che il gettito non basta più.
E si aumentano ancora le tasse a quelli che, ostinatamente, non hanno ancora chiuso.
Dai su.. l’ economia non è una materia difficile. Basterebbe studiarla.
Piero Terracina

Quello che trovo insopportabile sono le tasse indotte che, spesso in modo quasi invisibile, finiscono per falciare il cittadino e comprimere chi produce. Senza però dimenticare che una parte di questa pressione è anche la conseguenza di un’evasione selvaggia, che finisce inevitabilmente per scaricare il peso su chi le tasse le paga. Trovo tutto questo sinceramente imbarazzante. E forse, in Europa e quindi anche in Italia, il vero dramma è cominciato quando si è smesso di fare impresa per fare finanza. Quando una parte di imprenditori ha capito che, parafrasando, “fottere era meglio che cummannari”: estrarre valore poteva essere più conveniente che costruirlo. Ed è forse questo il punto più drammatico: quando il sistema fiscale finisce per rendere meno conveniente fare impresa rispetto alla speculazione, non si limita a tassare l’economia. Finisce per cambiarne la natura.