
Leggo con una certa sorpresa molti commenti scandalizzati dal fatto che una parte della mia generazione non abbia mai particolarmente apprezzato Guccini, come se il suo valore artistico imponesse retroattivamente anche un’adesione sentimentale e generazionale. Credo che l’equivoco nasca dal confondere due questioni molto diverse: riconoscere l’importanza di un autore e riconoscersi nel mondo culturale che quell’autore rappresentava. Sono cose diverse. E per capire perché, fra chi è cresciuto negli anni Ottanta dentro certe controculture urbane, Guccini potesse apparire lontanissimo, bisogna ricostruire non tanto una graduatoria musicale quanto una geografia culturale.
Per chi ha attraversato certe controculture urbane fra gli anni Ottanta e Novanta, Guccini e quel modello di cantautorato non rappresentava affatto l’alternativa ai paninari, ai Duran Duran, all’edonismo reaganiano che aveva trasformato il consumo in un dogma sociale per gli adolescenti.
Ne costituiva, paradossalmente, l’altra faccia: politicamente antagonista ma culturalmente speculare.
Da una parte il Monclaire, le Timberland, la discoteca, l’America immaginaria della pubblicità, il denaro esibito; dall’altra l’eskimo, i collettivi, le bandiere rosse, le Feste dell’Unità, l’osteria elevata a luogo dello spirito, la canzone d’autore pedagogico-civile attraverso cui una sinistra già esausta continuava a raccontarsi come depositaria naturale di “verità”.
Quei mondi si detestavano e proprio per questo, osservati da distanza, finivano per assomigliarsi. Avevano entrambi un guardaroba, un lessico, una musica prescritta, una postura morale, perfino un modo corretto di “desiderare”. Due sistemi simbolici contrapposti che offrivano, tuttavia, la medesima rassicurazione: sapere chi si era attraverso ciò che si doveva consumare, ascoltare, indossare, pensare.
Noi stavamo altrove. O almeno tentavamo di starci. Eravamo city kids: rock’n’roll, punk, garage, psichedelia, Velvet Underground, Cramps, Ramones, fanzine, dischi importati, droghe, club. notti, Londra, Mods, rockabilly, gothic… Dopo il punk, la new wave, Berlino, Warhol, Burroughs, l’eroina e tutta quella modernità sporca che aveva fatto saltare la distinzione fra cultura alta e cultura bassa, la retorica dei collettivi e del comunismo italiano ci sembrava non falsa, ma terribilmente finita. Come se qualcuno continuasse ostinatamente a spiegare il presente servendosi di una sintassi di un mondo che il presente aveva già divorato.
Guccini, per noi, abitava precisamente quel mondo. Non perché fosse di sinistra, potevamo esserlo anche noi, spesso in maniera più anarchica, intermittente, contraddittoria. ma perché apparteneva a un’antropologia della memoria, dell’impegno, della provincia, dell’osteria, della parola che deve ancora spiegare qualcosa e possibilmente lasciare una morale sul tavolo.
Noi alla musica non chiedevamo di spiegarci il mondo. Le chiedevamo semmai di renderlo ancora più indecifrabile. Non cercavamo maestri, cercavamo cortocircuiti; non una coscienza da educare, ma un’identità da problematizzare.
Così il paninaro e il militante del collettivo continuavano a combattersi, convinti di rappresentare due universi inconciliabili.
Noi li guardavamo dalla porta di un club alle tre del mattino, con un disco dei Cramps nelle orecchie e e la notte ancora davanti.
David Pacifici

verissimo David