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Un riconoscimento non richiesto: perché il genocidio non è più una priorità per l’Armenia

Il 28 giugno 2026 il gabinetto israeliano ha approvato all’unanimità una delibera di riconoscimento del genocidio armeno, destinata al voto della Knesset. L’indomani, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha liquidato la questione, commentando “non c’è necessità di rispondere, perché restare fuori dalla strumentalizzazione del genocidio armeno è nell’interesse della Repubblica d’Armenia”. Lo stesso giorno, l’Azerbaigian, stretto alleato di Israele, condannava formalmente la risoluzione.

di Istituto Ispi | 9 Agosto 2026

di Roberto Belleri e Mattia Massoletti*

Il 28 giugno 2026 il gabinetto israeliano ha approvato all’unanimità una delibera di riconoscimento del genocidio armeno, destinata al voto della Knesset. L’indomani, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha liquidato la questione, commentando “non c’è necessità di rispondere, perché restare fuori dalla strumentalizzazione del genocidio armeno è nell’interesse della Repubblica d’Armenia”. Lo stesso giorno, l’Azerbaigian, stretto alleato di Israele, condannava formalmente la risoluzione. Il testo non è poi arrivato in aula prima della pausa estiva: secondo Haaretz, il voto sarebbe stato bloccato da Netanyahu su sollecitazione di Baku, e rinviato a data da definirsi.

La reazione di Pashinyan si presta a una lettura a due livelli. Il primo riguarda l’uso politico del genocidio armeno: oltre a essere motivata dalla volontà di colpire Ankara, dopo il collasso dei rapporti bilaterali post-7 ottobre 2023, la risoluzione appare anche mirata ad accreditare Israele in una fase in cui la sua condotta a Gaza resta oggetto di forti critiche internazionali. Qualificandola come strumentalizzazione, Pashinyan evita che il genocidio armeno finisca nel contenzioso turco-israeliano – ed è qui che il primo livello sfuma nel secondo.

Quest’ultimo riguarda l’attuale riposizionamento strategico dell’Armenia. La risoluzione israeliana rischiava di incrinare i rapporti armeni con Ankara; nel liquidarla, Pashinyan riconferma il nuovo corso della politica estera armena, per il quale l’apertura del confine con la Turchia è tra le priorità strategiche. Per comprendere appieno le sue parole, è dunque necessario approfondire il ruolo del genocidio nei rapporti con Ankara dal 1991: un ruolo che, per quanto radicato nell’identità nazionale armena, ha sempre avuto un peso specifico inferiore rispetto al conflitto in Nagorno-Karabakh.

La memoria e il negoziato: da Ter-Petrosyan a Sargsyan

Nonostante la Dichiarazione d’indipendenza del 1990 – richiamata dal preambolo della Costituzione del 1995 – contenesse un paragrafo sul riconoscimento internazionale del genocidio, il primo presidente Levon Ter-Petrosyan riteneva la normalizzazione dei rapporti con la Turchia un obiettivo primario, relegando il genocidio a questione interna e non affrontandolo sul piano bilaterale e internazionale. Il suo ottimismo in merito fu infranto dalla prima guerra del Nagorno-Karabakh (1992-1994). Nell’aprile del 1993 l’offensiva armena su Kelbajar aprì la strada al controllo di sette distretti del territorio azerbaigiano. In risposta, la Turchia chiuse il confine, subordinando di fatto la riapertura alla risoluzione del conflitto. Per uscire dall’isolamento regionale, Ter-Petrosyan aderì al piano per fasi del Gruppo di Minsk dell’OSCE, che rinviava la definizione dello status del Karabakh a seguito della restituzione (ad eccezione del corridoio di Lachin) dei territori occupati. Questa scelta alienò l’ala intransigente del suo governo – tra cui il primo ministro Robert Kocharyan, ex presidente del Nagorno-Karabakh – provocando le dimissioni di Ter-Petrosyan nel febbraio 1998: alle presidenziali gli succedette proprio Kocharyan.

Kocharyan riportò il riconoscimento del genocidio nell’arena internazionale, ma nemmeno lui lo considerò mai una precondizione per la normalizzazione con la Turchia. Nel 2005, l’allora primo ministro turco Erdoğan gli propose di istituire una commissione storica congiunta per risolvere le “interpretazioni divergenti degli eventi verificatisi in un particolare periodo della nostra storia comune”. Kocharyan declinò la proposta, obiettando che “è responsabilità dei governi sviluppare le relazioni bilaterali” (non degli storici) ed esortando invece alla normalizzazione delle relazioni senza precondizioni. Il concetto di normalizzazione senza precondizioni fu ribadito nella National Security Strategy del 2007. Al tempo stesso, però, il documento collocava il riconoscimento internazionale del genocidio – Ankara inclusa – tra gli obiettivi della politica estera armena: una formulazione che consentiva a Kocharyan di perseguire la normalizzazione senza inimicarsi la diaspora e le componenti nazionaliste del suo stesso schieramento. Il documento avanzava inoltre l’idea che la normalizzazione avrebbe creato “un contesto più favorevole alla risoluzione definitiva del conflitto del Nagorno-Karabakh”, ribaltando la sequenza imposta da Ankara.

Anche Serzh Sargsyan,succeduto a Kocharyan nel 2008, seguì la stessa linea sul Nagorno-Karabakh e, al contempo, non pose mai il riconoscimento del genocidio come precondizione per Ankara. Ciò emerge con chiarezza dall’unica intesa turco-armena mai giunta alla firma, i protocolli di Zurigo dell’ottobre 2009. Nei protocolli non vi era alcun riferimento diretto alla risoluzione del conflitto, al ritiro delle forze armene dai sette distretti occupati o al futuro status della regione. Quanto al genocidio, la creazione di una sottocommissione sulla “dimensione storica” era prevista, dal calendario allegato ai protocolli, solo dopo l’apertura del confine turco-armeno. I protocolli, tuttavia, non furono mai ratificati dai due paesi. Già nel maggio 2009 Erdoğan, infatti, subordinò l’apertura del confine al ritiro delle forze armene dai territori azerbaigiani, pretesa che ripeté poco prima e subito dopo la firma, fino a farne la precondizione principale della ratifica. Ne derivò un’impasse diplomatica che di fatto congelò il processo. Sargsyan sospese la ratifica nel 2010 e dichiarò nulli i protocolli nel 2018.

Pashinyan alla prova del Karabakh

Nel 2018 il tentativo di Sargsyan di restare al potere come primo ministro, dopo due mandati presidenziali, innescò la “Rivoluzione di velluto” e lo costrinse alle dimissioni. A guidarla fu Nikol Pashinyan, che divenne premier a maggio e ottenne il 70% dei voti alle elezioni anticipate di dicembre. Verso la Turchia, da un lato il primo governo Pashinyan (2018-2021) non si discostò dai predecessori nella linea di normalizzazione senza precondizioni, che però rimase sulla carta, senza mai tradursi in un processo diplomatico; dall’altro, l’assertività iniziale di Pashinyan sul Karabakh si scontrava con la precondizione turca – sancita in modo ancora più netto dopo il fallimento dei protocolli di Zurigo – di risolvere prima il conflitto. Lo scoppio della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, nell’autunno del 2020, modificò radicalmente i rapporti di forza tra Armenia e Azerbaigian: Baku recuperò i sette distretti occupati – quattro con le armi, tre in attuazione dell’accordo di cessate il fuoco – e impose il proprio controllo su circa un terzo della regione. Erevan fu così spinta ad attribuire molta più importanza e urgenza alla normalizzazione con la Turchia. Dimessosi dopo mesi di proteste per indire elezioni anticipate, Pashinyan ottenne comunque una solida maggioranza (54%).

Il secondo governo Pashinyan (2021-2026) si mosse concretamente verso la normalizzazione con Ankara: nel dicembre 2021 l’Armenia nominò un inviato speciale per il dialogo, che si incontrò per la prima volta con l’omologo turco a Mosca il mese successivo e poi a Vienna nel corso del 2022. Il 22 maggio 2023 arrivò la svolta armena sul Nagorno-Karabakh: Pashinyan si dichiarò pronto a riconoscere la regione come parte dell’Azerbaigian, a condizione di garanzie e tutele per la popolazione armena – muovendo nella direzione richiesta da Ankara. Il 19 settembre 2023 Baku mosse l’offensiva finale in Nagorno-Karabakh, che concluse definitivamente il conflitto e comportò la fuga di più di centomila armeni. A differenza del 2020, l’Armenia scelse di non intervenire militarmente, una decisione che costò a Pashinyan durissime critiche interne. Alla base vi era probabilmente la volontà di evitare, data la sproporzione delle forze, un allargamento del conflitto che avrebbe messo a rischio l’integrità territoriale del paese.

Il posto del riconoscimento del genocidio nell’Armenia reale

Venuto meno il vincolo del Karabakh, la strategia di Pashinyan verso Ankara venne rafforzata da una nuova cornice ideologica: ad aprile 2024, il primo ministro introdusse la contrapposizione tra “Armenia reale” – lo Stato entro i confini internazionalmente riconosciuti – e “Armenia storica” – che comprende, oltre allo Stato attuale, le terre storicamente abitate dagli armeni al di fuori di tali confini. In questa nuova visione, il genocidio armeno subisce un mutamento simbolico significativo, come si può notare dalla retorica diversa adottata in occasione della ricorrenza del 24 aprile, la Giornata della Memoria del genocidio armeno. Nel 2019 il primo ministro parlò di come gli armeni non furono solo “distrutti fisicamente, ma anche privati del diritto di vivere nella propria patria“, prendendo l’impegno diretto “di promuovere il riconoscimento internazionale del genocidio armeno”. Nel 2024, invece, Pashinyan parlò dell’importanza dell’”armenizzazione interna” del genocidio, spostando il baricentro dalla dimensione internazionale a quella nazionale. Nelle parole del primo ministro, il genocidio è un trauma irrisolto che spinge gli armeni alla ricerca perpetua di una “patria perduta”. Da qui l’esortazione: “dobbiamo fermare quella ricerca, perché quella patria l’abbiamo trovata”, ed è “la Repubblica d’Armenia”.

Per Pashinyan, la via per consolidare l’integrità territoriale dell’Armenia reale passa per la pace con Baku e la normalizzazione con Ankara. In questo contesto, il genocidio armeno non solo non costituisce più una precondizione per i rapporti con la Turchia, ma non rappresenta nemmeno più una priorità da perseguire a livello internazionale: nel marzo 2025, davanti a una delegazione di giornalisti turchi, Pashinyan dichiarò che “il riconoscimento internazionale del genocidio armeno oggi non rientra tra le nostre priorità di politica estera”. L’obiettivo è chiaro: evitare che questioni legate all’“Armenia storica” compromettano il delicato processo di normalizzazione con la Turchia, che, a sua volta, come ripetuto a più riprese da Ankara, resta subordinata alla pace con l’Azerbaigian.

Se attività come il corridoio TRIPP promosse dall’amministrazione Trump sembra un passo in tale direzione, l’Azerbaigian, però, continua a subordinare la pace alla modifica del preambolo della Costituzione armena. Nonostante la maggioranza ottenuta alle elezioni dello scorso giugno, Pashinyan non dispone dei voti necessari aindire un referendum costituzionale e soddisfare così le pretese di Baku. Così, ogni prospettiva di pace – e con essa, di normalizzazione con Ankara – resta dunque incerta nel breve periodo. In conclusione, il futuro dell’Armenia si gioca su equilibri delicati: nel sottrarre il riconoscimento del genocidio alla sfera internazionale, Pashinyan cerca di scongiurare ogni possibile interferenza lungo la difficile strada verso la stabilizzazione regionale.

Roberto Belleri e Mattia Massoletti

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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