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13 anni dopo Majdan gli ucraini scendono ancora in piazza, anche sotto i missili russi

Anche se sono trascorsi tredici anni, la memoria della grande mobilitazione popolare di piazza Nezalezhnosti, la piazza centrale di Kyiv comunemente conosciuta come Majdan, è ancora viva e presente nella società ucraina. D’altronde non può che essere così visto che la storia recente e attuale dell’Ucraina origina da quanto accaduto allora in quell’ampio spazio ellittico dove si incrociano le arterie principali della città.

di Paolo Bergamaschi | 30 Luglio 2026

Anche se sono trascorsi tredici anni, la memoria della grande mobilitazione popolare di piazza Nezalezhnosti, la piazza centrale di Kyiv comunemente conosciuta come Majdan, è ancora viva e presente nella società ucraina. D’altronde non può che essere così visto che la storia recente e attuale dell’Ucraina origina da quanto accaduto allora in quell’ampio spazio ellittico dove si incrociano le arterie principali della città.

Tutto è partito da lì anche se va opportunamente sottolineato che fra il 2013 e il 2014 dimostrazioni di massa contro il regime di Viktor Yanukovych, sulla falsariga di quello che avveniva nella capitale, si registravano in tutte le principali città del Paese. Fu un momento vibrante di partecipazione collettiva che ha plasmato in profondità l’identità nazionale, politica e culturale dell’Ucraina di oggi. Non sorprende, quindi, che la popolazione scenda di nuovo nelle piazze per esprimere il proprio dissenso ogniqualvolta chi è al governo adotta decisioni incomprensibili, tendenziose o che compromettono le speranze e le rivendicazioni generate da quella che fu definita la “rivoluzione della dignità”.

Lo ha fatto spontaneamente nel luglio dello scorso anno per manifestare contro il tentativo spregiudicato della Verhovna Rada, il parlamento ucraino, di mettere il bavaglio alle agenzie anti-corruzione indipendenti portandole sotto il controllo governativo; lo sta facendo in questi giorni a sostegno di Mykhailo Fedorov, il brillante ministro della difesa che è riuscito ad inceppare la macchina da guerra russa, licenziato in tronco contro ogni logica da Volodymyr Zelensky.

Le ultime elezioni sia presidenziali che parlamentari in Ucraina si sono tenute nel 2019. Lo scoppio della guerra conclamata nel febbraio 2022 (nb il conflitto nel Donbass era già cominciato nel 2014) ha obbligato Zelensky a decretare la legge marziale che impedisce la convocazione di nuove consultazioni. Nonostante questo o proprio per questo ai cittadini ucraini non è rimasta che la piazza per fare sentire la propria voce sfidando il pericolo costante di droni e missili russi. E come nel 2014 e nel luglio del 2025 il potere ha dovuto piegarsi alla piazza ritornando sui suoi passi. Democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa sono due facce della stessa medaglia. La prima in Ucraina non ha mai goduto di buona reputazione. La sfiducia nella classe politica è sempre stata molto alta. C’è stato un momento, agli inizi dello scorso decennio quando il cambio di casacca fra i membri della Verhovna Rada era una pratica così corrente da rendere difficile decifrare la consistenza numerica dei gruppi parlamentari.

I grandi oligarchi, (Akhmetov, Pinchuk, Firtash, Kolomoiskyi, per citarne alcuni) la facevano da padrone controllando ciascuno il proprio drappello di deputati. Il mandato imperativo che impediva il salto da una fazione all’altra, sancito dalla Costituzione del 2004, è stato cancellato, riformato e reintrodotto. Volodymyr Zelensky ha avuto vita facile quando si è presentato come outsider nel 2019 per spazzare via la vecchia classe dirigente promettendo una lotta serrata alla corruzione e la fine del conflitto nel Donbass. Nessuno dei due obiettivi si è fino ad oggi materializzato anche se, per quanto riguarda il primo, si sono registrati progressi significativi. Basta guardare la graduatoria di Transparency International, la più accreditata organizzazione internazionale in materia di valutazione della corruzione, per avere conferma. Su 182 Paesi considerati l’Ucraina figura al 104esimo posto, posizione ancora insoddisfacente ma di gran lunga migliore rispetto alla Federazione Russa, utile come termine di paragone visto il comune passato sovietico, che si colloca al 157esimo posto.

E a proposito di Russia a settembre sono previste le elezioni politiche per il rinnovo della Duma. Anche se il risultato è già scontato in partenza con l’affermazione di Russia Unita, il partito di Putin, la chiave di lettura che fornirà il Cremlino sarà quella di dimostrare la legittimità del sistema democratico russo contrapposto all’illegittimità delle istituzioni ucraine il cui mandato è scaduto formalmente nel 2024. La narrativa verrà ripetuta ad oltranza dai soliti noti fiancheggiatori che popolano i talk-show e i media nostrani. Gli stessi che hanno descritto la mobilitazione di Piazza Majdan del 2014 come un colpo di stato orchestrato dalla Cia.

Io, però, in Piazza Majdan in quei giorni c’ero e nel 2019 ho anche fatto l’osservatore elettorale a Odessa. Mi sento di confermare che la gente in Ucraina scende in piazza liberamente e chi vuole va a votare scegliendo liberamente l’opzione che ritiene migliore. La vitalità sia della democrazia che della società civile ucraina, formatasi anche grazie ai generosi programmi europei, è una pessima notizia per Putin e, forse, la ragione principale che lo spinge nello sforzo scellerato di sopprimere questo paese. Poi ognuno in Italia è libero di credere a quello che vuole, anche che i soldati russi stanno combattendo per liberare Kyiv dai nazisti. Nella sconfinata prateria della disinformazione le bufale pascolano liberamente.  

Paolo Bergamaschi 

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Paolo Bergamaschi

Paolo Bergamaschi è nato a Viadana (MN) e ha vissuto per anni a Bruxelles. Ha lavorato per 25 anni come consigliere politico presso la Commissione Esteri del Parlamento Europeo. Veterinario di professione, collabora con riviste, siti web e quotidiani con reportage e analisi di questioni europee e avvenimenti internazionali. E’ spesso ospite di programmi radiofonici che trattano di politica estera. E’ musicista e cantautore con sei cd all’attivo. Ha pubblicato Area di Crisi-Guerra e pace ai confini d’Europa (La Meridiana, 2007), Passaporto di Servizio (Infinito edizioni, 2010), L’Europa oltre il muro (Infinito edizioni, 2013), Terre d’Oriente (Infinito edizioni, 2017) e Terre di Nessuno (Infinito edizioni, 2020).

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