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Lo stesso obiettivo con mezzi diversi: i due leader uniti sullo stop a Teheran

Nel giorno della sepoltura del suo amico Lindsey Graham, Trump ha scelto una strada poco rumorosa, dalla porta posteriore, per fare entrare in una inconsueta consultazione i leader più complicati del mondo, Zelensky e Netanyahu. Uno dopo l’altro. Le poche foto mostrano che i sorrisi non sono mancati e che gli incontri hanno incluso Vance, Rubio ,Hegseth, Witkoff… e da parte Israeliana un gruppo molto esperto, da Ron Dermer, per l’evenienza giunto dal suo volontario esilio privato con soddisfazione dei suoi estimatori, e l’ambasciatore Yehiel Leiter, che guida i colloqui sul Libano.

di Fiamma Nirenstein | 29 Luglio 2026

Nel giorno della sepoltura del suo amico Lindsey Graham, Trump ha scelto una strada poco rumorosa, dalla porta posteriore, per fare entrare in una inconsueta consultazione i leader più complicati del mondo, Zelensky e Netanyahu. Uno dopo l’altro. Le poche foto mostrano che i sorrisi non sono mancati e che gli incontri hanno incluso Vance, Rubio ,Hegseth, Witkoff… e da parte Israeliana un gruppo molto esperto, da Ron Dermer, per l’evenienza giunto dal suo volontario esilio privato con soddisfazione dei suoi estimatori, e l’ambasciatore Yehiel Leiter, che guida i colloqui sul Libano. L’incontro è stato importante quanto segreto, ma chi crede che il titolo opportuno sia nella battuta rubatitoli di Trump a Fox News che tanto l’America “sa già tutto sull’arricchimento e non ha certo bisogno delle informazioni di Israele”, così da immaginare che l’incontro sia stato uno scontro fra il desiderio di pace di Trump e quello di guerra di Netanyahu, indossa una benda che acceca su tutta la situazione mediorentale. Dall’inizio, e per brevissimi capitoli: Netanyahu è stato invitato per ben l’ottava volta ed in un momento in cui la roulette gira all’impazzata, mentre ancora Israele è l’unica base affidabile per gli USA in una guerra inconclusa, e resta la pedina fondamentale del progetto di pace su cui Trump punta il suo retaggio. E Trump sa che ci sono punti limiti per Israele , ne va della vita. La battuta di Trump sembra più una boutade televisiva. Il nucleare iraniano resta un obiettivo fondamentale e Trump ha di nuovo minacciato l’Iran se , cosa improbabile, non si decide a rinunciarvi.

Fondamentale che fosse appena uscito dalla Casa Bianca  Zelensky, che ha appena colpito, con successo e intenzione bellica dichiarata, una nave carica di armi iraniane: un messaggio chiaro, l’asse del male è nemico  comune dei due ospiti e degli USA. Lo scenario è ovvio, e stupisce che faccia specie: Netanyahu vorrebbe distruggere il regime che lo condanna a morte come suo scopo principale, e non crede nelle sue promesse, per altro distrutte col MOU, e gli USA mentre peraltro identificano l’Iran come nemico pubblico pericoloso per sé e per il mondo intero, fanno i conti con il costo del petrolio e con la borsa. I due leader sono in campagna elettorale, hanno elettorati molto spaccati, il desiderio di pace in America è forte e Israele sente sulla pelle il rischio quotidiano, l’aggressione continua. I fronti sono tutti aperti per fornire ai due però anche opzioni appetibili, uno sfondo cui anche Trump è interessato con Netanyahu: si tratta di trovare la strada. La Siria e il Libano si dimostrano protesi verso la pace, sarebbe un meraviglioso allargamento degli accordi Abramo. Si dice che a Roma il 4 agosto si stabilirà un’ulteriore definizione di due zone pilota, l’ambasciatore Leiter presente agli incontri ha il compito difficile di cedere e pretendere, Israele deve pretendere il disarmo degli Hezbollah.

Con la Siria mentre il Golan non si discute, si è parlato di ipotesi audaci, certo se ne è parlato, come della prospettiva di Gaza, controllata ma aperta al board of Peace fino allo smantellamento almeno parziale di Hamas. Netanyahu ha avuto tempo di ascoltare e di porre le sue linee rosse. L’Arabia Saudita con l’ipotesi ormai aperta di una centrale  atomica con l’aiuto americani e la Turchia che chiede di comprare gli F35, sono lo sfondo di un sentiero terribilmente ventoso e spinoso: in fondo per Trump ci sarebbe il premio di pacificatore, e per  Netanyahu quello di portare al suo Paese la sicurezza, almeno in parte, senza illusioni. E’ chiaro che si erge la grande rocca iraniana su questa via, ed è una arrampicata molto scabrosa, Netanyahu sa che la deve compiere senza allontanarsi da Trump, ma anche Trump sembra camminare su una strada che è sostanzialmente la stessa, contro la jihad e la dittatura. 

Fiamma Nirenstein

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein ha vissuto per anni a Gerusalemme, dove è stata inviata prima per “La Stampa” e poi per “il Giornale” su cui continua a scrivere. Oggi è deputata al Parlamento italiano e vicepresidente della Commissione Esteri della Camera. Presso Rizzoli ha pubblicato L’abbandono, Islam: la guerra e la speranza.

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