
Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno siglato una storica intesa di cooperazione nucleare civile. L’accordo concede a Riad l’autorizzazione a sviluppare un programma nucleare pacifico e ad arricchire l’uranio sul proprio territorio. Si tratta di una svolta geopolitica senza precedenti. L’intesa ridisegna gli equilibri di potere e sicurezza nel Medio Oriente.
L’amministrazione statunitense ha ceduto su una delle storiche “linee rosse” della diplomazia di Washington: l’arricchimento domestico del combustibile nucleare. In cambio del via libera, il regno saudita ha accettato rigidi protocolli di supervisione.
Riad produrrà combustibile nucleare a basso arricchimento solo per scopi civili e di transizione energetica.
Il regno applicherà il “Protocollo Aggiuntivo” dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Gli ispettori avranno accesso totale e immediato a ogni sito sospetto.
L’Arabia Saudita si impegna formalmente a non deviare i materiali verso lo sviluppo di testate atomiche.
Per la Casa Bianca, l’accordo rappresenta il tassello fondamentale di un più ampio trattato di mutua difesa. L’obiettivo strategico è ancorare l’Arabia Saudita all’asse occidentale. Washington vuole così frenare la penetrazione commerciale e tecnologica di Cina e Russia nella penisola arabica.
Per il principe ereditario Mohammed bin Salman, il nucleare è un pilastro del piano Vision 2030. Il programma serve a diversificare l’economia e a soddisfare il crescente fabbisogno energetico interno senza bruciare greggio. Al contempo, garantisce a Riad la “parità tecnologica” con il rivale storico, l’Iran.
La firma ha immediatamente acceso il dibattito internazionale e sollevato forti preoccupazioni a Capitol Hill e in Medio Oriente.
I critici temono che la concessione del ciclo del combustibile a Riad possa innescare una pericolosa corsa agli armamenti atomici nella regione. Israele osserva l’evoluzione con estrema cautela. Il governo israeliano valuta l’impatto sulla propria dottrina di superiorità militare strategica nell’area.
L’accordo passerà ora al vaglio del Congresso statunitense, dove si preannuncia una dura battaglia politica sulla ratifica delle garanzie di sicurezza.
I critici, o meglio, coloro che conservano ancora un briciolo di lucidità in questo Occidente anestetizzato dal business, tremano. E hanno ragione da vendere. Concedere il ciclo del combustibile a Riad non è un successo diplomatico: è un azzardo prometeico, un patto faustiano siglato sull’altare dell’ipocrisia energetica e del denaro. Ci raccontano la favola del “nucleare pacifico” e della transizione verde in una terra che galleggia sul petrolio, come se non sapessimo che l’atomo porta con sé, da sempre, l’ombra della bomba.
Si fa finta di non vedere che regalare la tecnologia dell’arricchimento all’assolutismo saudita significa innescare l’ennesima, irreversibile miccia in quella polveriera mediorientale che l’ottusità di Washington non ha mai capito. Israele osserva gelido, conscio che le promesse scritte sulla carta valgono meno del vento del deserto quando in gioco c’è la sopravvivenza. L’Iran, intanto, affila le sue lame.
Giuseppe Basilico

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