
Per oltre un secolo la sinistra ha rappresentato il mondo del lavoro, le classi popolari, i ceti medi emergenti, coloro che chiedevano maggiore giustizia sociale e più opportunità. Oggi quei soggetti esistono ancora, ma sono profondamente cambiati. Il lavoratore della grande fabbrica non è più il simbolo esclusivo della produzione della ricchezza. Accanto a lui troviamo professionisti della conoscenza, lavoratori autonomi, operatori delle piattaforme digitali, giovani precari, imprenditori innovativi, ricercatori, tecnici altamente qualificati.
La sinistra rischia di perdere il proprio popolo quando continua a rappresentare una società che non esiste più. Per ritrovare la propria funzione storica deve tornare a comprendere la realtà concreta e non quella immaginata.
Qual è allora l’elemento che più di ogni altro sta modificando il mondo?
La risposta è semplice: la rivoluzione digitale.
L’intelligenza artificiale, la robotica, le reti globali, le piattaforme digitali e l’automazione stanno producendo una trasformazione più profonda di quella industriale. Stanno cambiando simultaneamente il lavoro, l’informazione, l’educazione, la ricerca scientifica, la produzione culturale e perfino il funzionamento delle istituzioni democratiche.
La questione decisiva del nostro tempo non è soltanto la distribuzione della ricchezza. È la distribuzione della conoscenza, dell’informazione e del potere generato dalle infrastrutture digitali.
Se il socialismo nacque per affrontare le conseguenze della rivoluzione industriale, un nuovo socialismo deve nascere per affrontare le conseguenze della rivoluzione digitale.
Per questo dobbiamo sviluppare una nuova interpretazione del cambiamento.
Troppo spesso assistiamo a due errori opposti. Da una parte vi sono coloro che considerano ogni innovazione come una minaccia. Dall’altra vi sono coloro che immaginano che il progresso tecnologico produca automaticamente progresso sociale.
Entrambe le posizioni sono sbagliate.
La tecnologia non è né buona né cattiva. È una forza che può ampliare le libertà o accrescere le disuguaglianze. Dipende dalle istituzioni, dalle regole e dalla visione politica che sapremo costruire.
Da qui derivano tre grandi sfide.
La prima riguarda la rivoluzione digitale, l’ecologia e il lavoro.
L’automazione eliminerà molte professioni e ne creerà altre. I robot entreranno progressivamente nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi e nelle nostre case. Non possiamo affrontare questa trasformazione con gli strumenti culturali del Novecento.
Il lavoro resterà centrale, ma cambierà natura. La politica dovrà investire massicciamente nella formazione permanente, nell’aggiornamento professionale, nella ricerca e nell’innovazione.
Allo stesso tempo, la transizione ecologica non può essere affrontata come una religione civile fatta di divieti e sensi di colpa. Deve diventare un grande progetto di innovazione tecnologica, sviluppo industriale e crescita sostenibile.
Un socialismo moderno non deve scegliere tra ambiente e sviluppo. Deve costruire le condizioni per tenerli insieme.
La seconda sfida riguarda democrazia, eguaglianza e sovranità.
La democrazia contemporanea è attraversata da una crisi profonda. Le piattaforme digitali influenzano il dibattito pubblico. Le informazioni circolano a velocità senza precedenti. L’emozione prevale spesso sulla riflessione. La politica viene sostituita dalla comunicazione permanente.
Il populismo nasce anche da qui: dalla perdita di fiducia nelle istituzioni e dalla percezione che le decisioni vengano prese altrove.
Dobbiamo riaffermare il valore della democrazia rappresentativa senza rinunciare alla partecipazione. Dobbiamo difendere le libertà individuali senza indebolire la coesione sociale. Dobbiamo costruire un’Europa più forte e più autorevole, capace di esercitare una sovranità democratica nell’età delle grandi potenze continentali….”
Bobo Craxi
(Continua)

La sinistra italiana e europea, se escludiamo i socialisti Slovacchi, bulgari e Moldavi e il movimento di Corbyn, Mélenchon, Galloway e pochi altri, non esiste più.
Infiltrata e annacquata dal liberal capitalismo a partire dalla metà degli anni 90, ha perduto ogni volontà di giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.
Ha perduto proprio quel sano POPULISMO che era all’origine del socialismo originario, come ricorda l’ottimo Jean Claude-Michéa.
Nel mio ultimo saggio, Ritratti del Socialismo, punto il dito proprio contro questo sinistrismo borghese, beceramente liberale e anti popolare, di cui tutti voi siete diventati preda.
Ma ancora parlate di “sinistra”, di “socialismo”, senza conoscere né avere mai frequentato le classi popolari e senza esservi mai confrontati con realtà socialiste latinoamericane, eurasiatiche, panafricane.
Al vostro convegno c’ero anch’io l’altro giorno e mi sono annoiato a morte.
Solite parole vuote che sento da decenni.
Che a me, personalmente, non incantano più, ma penso anche la gran parte degli elettori e di chi si richiama al socialismo e al repubblicanesimo sociale.
Avrei voluto fare un intervento, che mi ero preparato. Ma il convegno era interamente autoreferenziale.
Ho trovato ad ogni modo molto interessante l’intervento storico di Saro Freni, giovane ricercatore storico, con il quale ho passato il pomeriggio a chiacchierare al bar, al centro di Roma, confrontandoci sul passato e il presente, pur da posizioni politiche differenti.