
Certe ossessioni in politica finiscono per raccontare più di un programma elettorale. Quella di Matteo Salvini per il Viminale è una di queste. Ogni volta che si apre il dibattito su un possibile rimpasto o sul futuro degli equilibri nel centrodestra, il leader della Lega torna a indicare il ministero dell’Interno come la sua naturale destinazione.
Viene inevitabile pensare al celebre A me gli occhi, please di Gigi Proietti. Solo che, questa volta, il pubblico sembra meno disposto a lasciarsi ipnotizzare. Non è difficile capire perché Salvini continui a guardare a quel dicastero. Il Viminale non è un ministero come gli altri: è il luogo dal quale si governano i temi che più di ogni altro hanno alimentato il suo consenso politico, dall’immigrazione alla sicurezza.
Tornarvi significherebbe riappropriarsi di un’agenda che, negli ultimi anni, è finita soprattutto nelle mani di Giorgia Meloni. È qui che emerge il nodo politico. La richiesta del Viminale non appare soltanto come l’ambizione di un leader che vorrebbe tornare a occupare un incarico già ricoperto. È il tentativo di recuperare una centralità che il mutato equilibrio del centrodestra ha inevitabilmente ridimensionato. Oggi è Fratelli d’Italia a dettare il passo della coalizione, mentre la Lega cerca una nuova collocazione dopo aver smarrito i numeri e l’egemonia della stagione del 34 per cento.
Questo non significa che il Carroccio sia diventato una forza marginale. Al contrario. Resta uno dei partiti più radicati del panorama politico italiano, con una presenza amministrativa e una classe dirigente costruite in oltre tre decenni di attività. È una solidità che va oltre il destino del suo segretario e che probabilmente consentirà alla Lega di mantenere un ruolo centrale anche negli anni a venire. Il punto è un altro. La leadership non si ricostruisce reclamando il ministero simbolo della propria stagione migliore. Si ricostruisce dimostrando di saper interpretare una fase politica diversa.
Anche perché l’esperienza al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non ha rappresentato quel rilancio che Salvini probabilmente immaginava. Le difficoltà del settore, le polemiche ricorrenti e, più di recente, le tensioni con Roberto Vannacci hanno contribuito ad alimentare l’immagine di un leader costretto più a difendersi che a dettare l’agenda. Continuare a evocare il ritorno al Viminale rischia così di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Più che una prospettiva per il futuro, finisce per apparire come il rimpianto di una stagione irripetibile. E la nostalgia, in politica, raramente è una strategia vincente.
Gigi Proietti poteva conquistare il pubblico con una battuta destinata a entrare nella storia del teatro italiano. La politica, però, segue regole diverse. Gli elettori non chiedono di essere incantati, ma convinti. Per questo il Viminale dovrebbe restare un obiettivo di governo, non un tormentone. E, soprattutto, non dovrebbe mai trasformarsi nel simbolo di una rivincita personale. La politica italiana ha già conosciuto gli effetti della spettacolarizzazione del potere. Un secondo Papete non servirebbe a nessuno.
Angelo Santoro

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