
Il caldo che sta investendo l’Italia e l’Europa non è un’anomalia, è il volto quotidiano della crisi climatica.
Per anni ci hanno detto che erano allarmi esagerati, fissazioni degli ambientalisti, paure infondate. Ora non servono più grandi discorsi. Basta guardarsi intorno.
Il clima è già entrato nella nostra vita materiale. Decide quando si lavora, come si viaggia, quanto si consuma, quanto costa raffrescare una casa, quanto reggono le reti elettriche, quanto sono sicure le scuole, gli ospedali, le strade, i quartieri popolari senza alberi e pieni di cemento.
Il governo continua a comportarsi come se il caldo estremo fosse un problema occasionale di protezione civile, da affrontare con qualche ordinanza, qualche bollettino rosso, qualche raccomandazione agli anziani e, nei casi più gravi, con la cassa integrazione per chi lavora all’aperto.
Sono misure utili, ma ampiamente insufficienti.
Servirebbe un grande piano nazionale di adattamento climatico: città più verdi, meno asfalto, più ombra, più acqua, trasporto pubblico efficiente, case popolari riqualificate, scuole protette dal caldo, reti energetiche moderne, agricoltura aiutata a cambiare, lavoro organizzato secondo nuovi orari e nuove tutele.
Invece si procede senza una visione. Il governo Meloni parla molto di sicurezza nazionale, ma sembra non capire che oggi la sicurezza è anche climatica.
Sicurezza significa non morire in un campo sotto il sole. Significa non lasciare gli anziani soli in case roventi. Significa non condannare i quartieri più poveri a sopportare temperature più alte perché hanno meno verde, meno servizi, meno protezione.
Soprattutto, sicurezza significa cambiare modello energetico. Basta con la dipendenza dai combustibili fossili. Basta con l’idea che il gas sia il futuro. Il sole, il vento, il risparmio energetico, l’efficienza degli edifici, le reti moderne e la tecnologia pulita non sono un lusso ideologico: sono la condizione per evitare che il Paese diventi più fragile, più povero e più ingiusto.
Il negazionismo climatico oggi ha cambiato faccia. Non sempre nega apertamente il riscaldamento globale. Più spesso lo minimizza. Dice che non è il momento, che costa troppo, che prima viene l’economia, che col tempo ci adatteremo.
In realtà, questo significa accettare che il disastro avanzi, rimandando ogni scelta seria.
C’è poi una contraddizione enorme che quasi nessuno vuole guardare. Mentre il pianeta brucia, l’economia della guerra cresce. Anziché intervenire sui cambiamenti climatici, si spendono cifre gigantesche in armi, eserciti, missili, bombardamenti.
Le guerre distruggono vite e territori, ma producono anche enormi quantità di emissioni climalteranti, consumano energia, devastano infrastrutture, alimentano industrie che fanno profitti immensi sulla paura e sulla morte.
Così il mondo investe nella distruzione invece che nella conversione ecologica. Arricchisce chi produce armi invece di sostenere chi produce energia pulita. Prepara nuovi conflitti invece di costruire sicurezza vera.
La crisi climatica ci pone davanti alla necessità di una scelta politica netta: costruire un nuovo sviluppo fondato su pace, lavoro dignitoso, giustizia sociale ed energia non climalterante.
Il capitalismo fossile, predatorio e di guerra ci ha fatto entrare nell’età del fuoco. Il mondo è sempre più caldo. Ignorarlo sarebbe una colpa storica.
Enrico Rossi

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