
Nuove pesanti ombre si allungano sul conflitto in Ucraina, alimentate da una parte dalle durissime dichiarazioni dei vertici russi contro la NATO e dall’altra dal tragico bilancio di sangue sul campo.
Il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato un chiaro avvertimento durante il suo ultimo discorso pubblico, accusando i paesi europei e gli Stati Uniti di accelerare i preparativi per un confronto diretto. “L’Occidente si prepara allo scontro, reagiremo”, ha dichiarato il leader del Cremlino, ribadendo che Mosca non resterà a guardare di fronte all’aumento delle forniture militari a Kiev e all’allargamento della presenza NATO ai confini russi.
Quasi contemporaneamente, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha cercato di mostrare una finta apertura diplomatica, condita però da insulti pesantissimi. Lavrov ha affermato che la Russia è “pronta a riprendere i colloqui con l’Ucraina”, ma ha subito sbarrato la strada a un dialogo costruttivo definendo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “un fuhrer”. Un attacco personale che allontana di fatto ogni reale possibilità di un compromesso a breve termine.
Mentre la diplomazia delle minacce si consuma nei palazzi del potere, sul terreno la guerra continua a colpire la popolazione inerme. L’ultimo raid aereo delle forze di Mosca ha devastato diverse aree residenziali ucraine, provocando la morte di almeno nove civili. I soccorritori hanno lavorato per ore tra le macerie degli edifici distrutti alla ricerca di superstiti, in quella che l’intelligence locale ha definito l’ennesima violazione del diritto internazionale.La duplice strategia di Mosca appare ormai evidente: aumentare la pressione militare sul campo per logorare la resistenza ucraina, mantenendo altissima la tensione retorica con i partner occidentali di Kiev.
L’illusione del dialogo e il risveglio dell’Occidente. Ci raccontiamo la favola della pace mentre i macellai affilano i coltelli. Ci culliamo nell’illusione che le parole possano fermare il piombo, che un tavolo negoziale possa contenere la rabbia di chi ha già deciso di distruggerci. Ma la verità è un’altra, ed è scritta con il sangue di quei nove civili polverizzati sotto le macerie dell’ennesimo raid criminale. Quella non è strategia militare; è ferocia pura, è disprezzo assoluto per la vita umana.
Mentre Vladimir Putin ci guarda in faccia e ci urla che siamo noi a cercare lo scontro, il suo fedele megafono, Lavrov, recita la farsa del dialogo. Parlano di trattative con la bava alla bocca, sputando insulti, definendo “fuhrer” un leader che difende il proprio popolo dall’invasore. È il vecchio, logoro copione della propaganda che inverte i ruoli: l’aggressore che passa per vittima e la vittima che viene marchiata come carnefice. E noi? Noi restiamo a guardare, paralizzati dai nostri distinguo, dalle nostre burocrazie, dalla nostra cronica vigliaccheria mascherata da prudenza diplomatica.
Non si negozia con chi nega il tuo diritto a esistere. Non si stringe la mano a chi usa il ricatto della forza per ridisegnare i confini del mondo a colpi di bombe. L’Occidente deve smetterla di tremare, di balbettare formule vuote e di sperare che la tempesta passi da sola. Perché la storia non fa sconti ai sordi e ai ciechi. Questa non è solo una guerra per un pezzo di terra ucraina; è lo scontro frontale tra la barbarie della tirannia e quel briciolo di libertà che ci resta da difendere. Se non troviamo il coraggio di vedere la realtà per quella che è, e di reagire di conseguenza, saremo complici del nostro stesso tramonto.
Giuseppe Basilico

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