
di Gaia Mastrosanti*
Le rivolte scoppiate a Belfast dopo l’aggressione compiuta da un richiedente asilo sudanese ai danni di Stephen Ogilvie non sono soltanto l’ennesimo episodio di tensione legato all’immigrazione. Rappresentano piuttosto il punto di incontro tra una crisi di ordine pubblico, un clima politico già esasperato e una profonda trasformazione della destra britannica.
Nei giorni precedenti, il Regno Unito era stato attraversato dalle polemiche legate al caso di Henry Nowak, il giovane ucciso a Southampton nel 2025, tornato al centro del dibattito dopo la diffusione di nuovi video e delle contestazioni sul comportamento della polizia.
Già allora, settori della destra populista avevano interpretato il caso come la prova di una presunta discriminazione ai danni dei cittadini britannici e dell’esistenza di una giustizia “a due velocità”. Quando pochi giorni dopo le immagini dell’attacco di Belfast hanno iniziato a circolare online, il terreno era già pronto.
La centralità della questione migratoria
L’immigrazione rappresenta ormai una delle questioni più rilevanti del dibattito pubblico britannico. Le traversate della Manica su piccole imbarcazioni, le difficoltà del sistema d’asilo e le proteste contro le strutture che ospitano richiedenti asilo hanno alimentato negli ultimi anni un confronto politico sempre più acceso. Inoltre, la pressione esercitata da Reform UK ha spinto il governo laburista guidato da Keir Starmer ad assumere posizioni progressivamente più rigide in materia di controllo delle frontiere e politiche migratorie, contribuendo così a consolidare la centralità della questione migratoria nell’agenda pubblica britannica.
Più che una semplice questione di controllo delle frontiere, l’immigrazione è diventata un contenitore politico più ampio, nel quale confluiscono ansie e frustrazioni legate alla stagnazione economica, alla pressione sui servizi pubblici e alla crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni. In un contesto simile, episodi di cronaca particolarmente violenti tendono a essere interpretati non come eventi isolati, ma come la conferma di narrazioni politiche già esistenti.
La circolazione delle immagini è stata ulteriormente amplificata da figure già note per il loro ruolo nelle campagne anti-immigrazione online. Dopo l’aggressione, Tommy Robinson, pseudonimo di Stephen Yaxley-Lennon, tra i più noti esponenti dell’estrema destra anti-islam e anti-immigrazione britannica, ha invitato i propri sostenitori a partecipare alle manifestazioni organizzate in diverse città del Regno Unito e dell’Irlanda del Nord contro quello che ha definito un “attacco da parte di un invasore” (invader attack).
Il messaggio è stato successivamente rilanciato su X da Elon Musk, che ha invitato i cittadini a protestare “ripetutamente e ad alta voce” per ottenere un cambiamento delle politiche migratorie. Nelle stesse ore hanno iniziato a circolare anche messaggi anonimi su WhatsApp che invitavano gli uomini nordirlandesi sopra i 18 anni a essere “pronti a combattere o a essere arrestati”.
La vicenda è rapidamente diventata un “trigger event“: un fatto di cronaca che viene trasformato in un simbolo politico più ampio. Nel giro di poche ore, il dibattito non riguardava più soltanto l’aggressione o il suo autore, ma l’immigrazione, l’asilo, le frontiere e l’identità nazionale. Sui social network e nei media vicini alla destra radicale, l’attacco è stato presentato come la prova che il sistema migratorio britannico sarebbe fuori controllo.
La destra corre a destra
La reazione politica è stata altrettanto significativa. Rupert Lowe, leader di Restore Britain, ha utilizzato il caso per rilanciare alcune delle proposte simbolo del suo movimento, sostenendo la necessità di deportazioni di massa e della reintroduzione della pena di morte per prevenire attacchi compiuti da quelli che ha definito “barbari”. Ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato marginale oggi viene discusso come una proposta politica legittima.
Un ulteriore cambiamento riguarda la struttura stessa della destra britannica. Per oltre un decennio Nigel Farage ha rappresentato il punto di riferimento dell’euroscetticismo e del populismo anti-immigrazione. Oggi, paradossalmente, è lui a trovarsi sotto pressione. La crescita di Restore Britain sta spingendo Reform UK, il partito guidato da Farage, verso posizioni sempre più radicali, in una dinamica che ricorda quanto avviene in altri Paesi europei, dove attori politici relativamente marginali, pur raccogliendo consensi limitati, riescono a influenzare il dibattito pubblico e a spingere partiti più grandi ad adottarne linguaggio, priorità e proposte.
Belfast come sintomo di una trasformazione più profonda
È in questo quadro che le proteste a Belfast devono essere interpretate come il sintomo di una trasformazione più profonda. Ogni nuovo episodio di violenza viene incorporato in una narrazione già esistente fatta di declino nazionale, perdita di controllo delle frontiere e conflitto identitario.
La “politica del risentimento” funziona proprio così: eventi complessi vengono ridotti a simboli facilmente riconoscibili, mentre questioni come le disuguaglianze economiche, la crisi dei servizi pubblici o le difficoltà di integrazione passano in secondo piano.
Non è un caso che le rivolte abbiano assunto rapidamente una dimensione apertamente anti-immigrazione. Abitazioni associate a cittadini stranieri sono state attaccate, decine di persone sono state costrette a lasciare le proprie case e la polizia ha parlato esplicitamente di violenze a sfondo razziale.
Le autorità nordirlandesi hanno inoltre denunciato la diffusione di una vera e propria “hit list”, una lista di abitazioni occupate da cittadini stranieri che sarebbe stata fatta circolare tra i rivoltosi. Diverse famiglie hanno contattato la polizia dopo aver scoperto che le proprie case figuravano nell’elenco. Lo stesso Ogilvie e la sua famiglia hanno chiesto pubblicamente che la loro tragedia non venga utilizzata per alimentare odio e divisioni.
Le violenze hanno assunto una risonanza particolare in Irlanda del Nord per ragioni che affondano nelle specificità storiche della regione. Per quasi trent’anni, durante i Troubles, il conflitto tra unionisti protestanti e nazionalisti cattolici ha segnato profondamente la società nordirlandese. Per questo, le immagini di abitazioni attaccate e famiglie costrette alla fuga hanno richiamato una memoria storica ancora sensibile: durante il conflitto decine di migliaia di persone furono intimidite, espulse dai propri quartieri o costrette ad abbandonare le loro case a causa della violenza settaria.
Oltre Belfast
Belfast mostra come la vera forza delle nuove destre radicali non risieda necessariamente nella possibilità di conquistare il governo, ma nella capacità di ridefinire i confini del dibattito politico. Quando i partiti tradizionali iniziano a rincorrerne il linguaggio e le priorità, la vittoria è già in parte compiuta: non perché l’estrema destra abbia preso il potere, ma perché è riuscita a spostare il terreno su cui si gioca la competizione politica.
Le rivolte nordirlandesi rivelano però anche qualcosa di più ampio. L’aggressione a Stephen Ogilvie non ha creato dal nulla le tensioni che hanno attraversato Belfast; si è inserita in un contesto in cui l’immigrazione occupa ormai una posizione centrale nel dibattito pubblico e in cui episodi di cronaca particolarmente violenti vengono rapidamente trasformati in simboli politici. In un clima già polarizzato, il confine tra un fatto locale e uno scontro nazionale appare sempre più sottile. È proprio in questo spazio che le nuove destre radicali esercitano oggi la loro maggiore capacità di influenza.
Gaia Mastrosanti
*Istituto Ispi

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