
C’è un momento in cui la misura è colma e la Sicilia smette di sorridere per educazione e comincia a rispondere per dignità, e quel momento è arrivato quando Dua Lipa, cantante, autrice e modella inglese, e il marito Callum Turner, attore inglese, decidono di venire a festeggiare il loro matrimonio a Bagheria trasformando Villa Valguarnera, una delle dimore storiche più importanti dell’Isola, in un teatrino da mafia experience, apparecchiando una tavola con la lupara e la coppola come se fossero souvenir pittoreschi, come se la storia di questa terra fosse un accessorio estetico da usare per sentirsi più audaci, più esotici, più cinematografici.
E la cosa più grave è che a prestarsi a questa sceneggiata non sono stati solo gli ospiti stranieri ma anche chi ha concesso la location, perché quando una dimora storica come Villa Valguarnera, proprietà della famiglia Alliata di Villafranca, apre le sue porte a un immaginario del genere, non si tratta più di un semplice affitto ma di una scelta culturale precisa, una scelta che pesa, una scelta che contribuisce a trasformare la Sicilia in un set da cartolina criminale, invece che in un luogo di memoria e responsabilità.
In tutto questo persino Renato Schifani, presidente della Regione Siciliana, ha avuto un sussulto di dignità istituzionale, denunciando il danno d’immagine e ricordando che la Sicilia non è un parco tematico della mafia a disposizione dei turisti in cerca di emozioni da quattro soldi.
Se perfino chi di solito non brilla per coraggio politico sente il bisogno di intervenire, significa che la misura è davvero superata, che non siamo più nel campo del folklore ma in quello dell’umiliazione pubblica di un’intera comunità.
E mentre il Telegraph si lanciava nel suo solito racconto tossico definendo Bagheria ex nido della mafia e trasformando il matrimonio in un evento glamour ambientato in un fortino criminale in stile ‘Il Padrino’, la stampa italiana, quella che dovrebbe difendere l’immagine del Paese, si è limitata a raccontare yacht, abiti, ospiti illustri, Donatella Versace, location da sogno, senza una sola parola sul fatto che su quella tavola c’era una lupara, senza una sola riga che denunciasse la violenza simbolica di quella messa in scena, senza un minimo di consapevolezza del danno culturale che tutto questo produce.
Hanno preferito il gossip alla verità, la superficie alla sostanza, la mondanità alla responsabilità, lasciando che fosse ancora una volta la Sicilia a doversi difendere da sola.
E allora bisogna dirlo che l’unica testata che ha avuto il coraggio di affrontare la questione è stata ‘La Sicilia’, che ha dedicato due pagine intere con l’intervento del direttore Antonello Piraneo e gli articoli di Luisa Santangelo, Laura Distefano e Francesco Nania, mettendo in fila i fatti, denunciando la superficialità, smontando la narrazione glamourizzata della mafia, ricordando che questa terra non è un luna park criminale per turisti annoiati.
E mentre ‘La Sicilia’ faceva il suo lavoro, altrove si parlava solo di lusso, di feste, di jet privati, di scenografie barocche, come se la Sicilia fosse solo un fondale decorativo e non una terra che ha pagato con la vita di magistrati, poliziotti, giornalisti e cittadini la lotta contro quella stessa mafia che Dua Lipa e i suoi ospiti hanno trasformato in un elemento di arredo.
E come se non bastasse, nelle stesse pagine del giornale compariva il caso di Chantalle, personaggio inventato dall’intelligenza artificiale che ripropone gli stessi stereotipi stantii sulla donna siciliana, la femmina mediterranea ipersessualizzata, fatalista, costruita con gli stessi cliché che da decenni ci vengono cuciti addosso, mentre nella realtà c’è un ragazzo che fa il cantante rapper, di nome Maurizio Musumeci in arte ‘Dinastia’, che entra nelle carceri per portare modelli positivi, per parlare di legalità, per dimostrare che la Sicilia non è quella caricatura che gli stranieri continuano a vedere e che troppi Siciliani continuano a tollerare, il quale con una delle sue più ascoltate canzoni è riuscito a convincere un imprenditore a denunciare il pizzo.
E ALLORA BASTA!!
Basta con la Sicilia folkloristica, basta con la Sicilia mafiosa per comodità narrativa, basta con la Sicilia ridotta a scenografia per matrimoni di lusso.
La Sicilia vera è altrove, è nelle persone che combattono ogni giorno, è in chi rifiuta la caricatura, è in chi non accetta di essere definito da un passato che ha già pagato troppo.
E se oggi questa indignazione esplode è perché non si tratta più solo di un matrimonio kitsch ma dell’ennesima dimostrazione di quanto sia facile per chi guarda da fuori usare la parola mafia come un accessorio estetico mentre per noi è una ferita ancora aperta.
E allora sì, è il momento di dirlo forte: la Sicilia non solo non si fa prendere in giro, la Sicilia reagisce, si indigna, si ribella, smaschera l’ipocrisia, rifiuta la caricatura e restituisce al mittente ogni insulto travestito da folklore.
E la Sicilia non dimentica che anche chi concede i propri luoghi storici ha una responsabilità culturale enorme, perché aprire un luogo storico come Villa Valguarnera a un immaginario del genere, significa contribuire a perpetuare la ferita invece che curarla.
La Sicilia non china la testa davanti a nessuno e non permetterà mai più a nessuno, nemmeno ai suoi stessi figli, di trasformare il suo dolore in un accessorio da matrimonio.
Chi pensa di usarla come scenografia, d’ora in poi, troverà una terra che non applaude ma risponde.
E risponde forte, fortissimo, senza più sconti per nessuno!
Angioletta Massimino

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