
La notizia dei circa 100 posti di lavoro tagliati da Teva in Italia ha immediatamente provocato la reazione dei sindacati, con proteste, dichiarazioni e richieste di tutela occupazionale. Una risposta comprensibile quando decine di famiglie vedono improvvisamente messo in discussione il proprio futuro professionale.
Esiste però una contraddizione che merita di essere osservata con attenzione.
Per mesi una parte significativa del mondo sindacale e politico, tradizionalmente collocato a sinistra, ha guardato con simpatia o ha sostenuto apertamente campagne di boicottaggio contro aziende israeliane, compresa Teva. In nome di una battaglia ideologica si è alimentata l’idea che colpire economicamente queste realtà fosse una forma legittima di pressione.
Oggi, quando una di quelle stesse aziende riduce la propria presenza industriale e taglia posti di lavoro, scatta l’indignazione. Ma la domanda resta inevitabile: se per mesi si sostiene che un’impresa debba essere isolata, ostacolata o penalizzata sul mercato, cosa ci si aspetta accada quando quella stessa impresa decide di ridimensionare investimenti e organici?
Nessuno sostiene che i licenziamenti siano la conseguenza diretta delle campagne di boicottaggio. Le dinamiche industriali sono molto più complesse e coinvolgono strategie globali, ristrutturazioni e logiche di mercato. Tuttavia è difficile ignorare l’incoerenza di chi prima attacca un’azienda e poi si scopre improvvisamente difensore dei suoi dipendenti.
La sinistra italiana sembra spesso oscillare tra due impulsi opposti: demonizzare l’impresa quando questa rappresenta un bersaglio politico conveniente e invocare la difesa dell’occupazione quando arrivano le conseguenze economiche. Peccato che tra slogan e realtà esista una differenza sostanziale. Le aziende non vivono di manifesti, hashtag o mozioni assembleari. Vivono di mercato, investimenti, competitività e fiducia.
L’economia reale ha una caratteristica che la politica spesso dimentica. Quando si colpisce un’impresa, raramente a pagare sono soltanto i dirigenti o gli azionisti. Molto più spesso il prezzo viene scaricato sui lavoratori, sui tecnici, sugli impiegati e sulle famiglie che da quell’azienda dipendono.
La vicenda Teva ricorda una realtà elementare che troppo spesso viene ignorata: i boicottaggi possono essere ottimi slogan, ma quando arrivano le conseguenze occupazionali sono quasi sempre i lavoratori a presentarsi alla cassa. E a quel punto l’indignazione tardiva assomiglia molto più a un esercizio di ipocrisia che a una reale difesa del lavoro.
Piero Terracina

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