
Nel corso dell’ultima fase della Seconda guerra mondiale, l’Italia visse una delle stagioni più delicate e decisive della propria storia contemporanea. Il crollo progressivo del regime fascista, l’occupazione tedesca di gran parte del territorio nazionale e l’avanzata delle truppe alleate imposero al Paese un profondo ripensamento politico e istituzionale. Tra il 1943 e il 1945 prese avvio una lunga e complessa transizione che avrebbe portato alla fine della Monarchia, alla nascita della Repubblica e alla costruzione di un nuovo sistema democratico fondato sui valori dell’antifascismo e della partecipazione popolare.
Dopo la caduta di Benito Mussolini il 25 luglio 1943 e l’armistizio dell’8 settembre, il quadro politico italiano appariva estremamente fragile. Lo Stato era diviso territorialmente e politicamente: il Sud si trovava sotto il controllo del Regno d’Italia e degli Alleati, mentre il Centro-Nord era occupato dalle forze tedesche e dalla Repubblica Sociale Italiana. In questo contesto drammatico emersero con forza i partiti antifascisti riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale, organismo nel quale convivevano culture politiche differenti — cattolica, socialista, comunista, liberale, azionista e repubblicana — accomunate però dall’obiettivo di sconfiggere il nazifascismo e ricostruire lo Stato su basi democratiche.
Una svolta decisiva si ebbe nella primavera del 1944 con la cosiddetta “Svolta di Salerno”, iniziativa politica promossa soprattutto da Palmiro Togliatti al ritorno dall’Unione Sovietica. Il leader comunista propose di accantonare temporaneamente la questione istituzionale relativa alla scelta tra Monarchia e Repubblica, rinviandola al termine della guerra. Tale posizione consentì ai partiti antifascisti di collaborare con la Monarchia e con il governo Badoglio in nome della priorità assoluta rappresentata dalla liberazione nazionale. Pur trattandosi di un compromesso difficile, la scelta rese possibile la nascita di un più ampio fronte politico unitario.
Il secondo governo Badoglio rappresentò dunque il primo tentativo concreto di collaborazione tra le forze antifasciste. All’interno dell’esecutivo entrarono i rappresentanti dei sei partiti del Cln, anche se i maggiori leader politici evitarono di assumere ministeri centrali, preferendo ricoprire il ruolo di ministri senza portafoglio. Tale scelta rispondeva alla volontà di mantenere una certa autonomia politica rispetto a una struttura governativa ancora percepita come troppo vicina alle vecchie istituzioni monarchiche e militari. Tra le figure più importanti vi erano Benedetto Croce per il Partito liberale, Carlo Sforza per il Partito d’Azione, Palmiro Togliatti per il Partito comunista e altri esponenti delle principali forze politiche antifasciste.

Nel corso della prima riunione del Consiglio dei ministri del nuovo esecutivo vennero definite le linee fondamentali dell’azione di governo. In particolare si stabilì ufficialmente che la questione istituzionale sarebbe stata rimandata alla conclusione del conflitto e affidata a una futura Assemblea costituente eletta dal popolo italiano. Questa decisione assunse un significato storico di enorme importanza, poiché riconosceva implicitamente il principio della sovranità popolare come fondamento del nuovo Stato.
Nello stesso periodo, l’avanzata delle truppe alleate verso Roma accelerò ulteriormente il processo di trasformazione politica. Dopo la liberazione della capitale, Vittorio Emanuele III — fortemente delegittimato per il proprio sostegno al fascismo e per le responsabilità legate all’ascesa del regime — decise di ritirarsi dalla vita pubblica trasferendo i propri poteri al figlio Umberto, nominato luogotenente del Regno. Pochi giorni dopo, anche Pietro Badoglio lasciò la guida del governo.
La figura di Badoglio aveva rappresentato una soluzione di continuità immediata dopo la caduta di Mussolini, ma il maresciallo continuava a essere identificato con la vecchia classe dirigente monarchica e militare. La sua lunga carriera nelle istituzioni dello Stato liberale e fascista non consentiva infatti di considerarlo il simbolo di un autentico rinnovamento democratico. Per questa ragione il passaggio al governo guidato da Ivanoe Bonomi assunse un valore politico e simbolico ancora più rilevante.
Il primo governo Bonomi, entrato in carica nel giugno del 1944, fu il primo esecutivo direttamente collegato all’esperienza del Comitato di Liberazione Nazionale. Bonomi, già presidente del Consiglio negli anni precedenti al fascismo e noto per le sue posizioni democratiche e antifasciste, appariva come una figura capace di mediare tra le diverse anime del Cln. La sua leadership si fondava soprattutto sulla capacità di mantenere unito un fronte politico estremamente eterogeneo.
Anche sul piano formale il nuovo esecutivo introdusse elementi innovativi rispetto al passato. I ministri non prestarono più giuramento di fedeltà al re, ma promisero di agire esclusivamente nell’interesse superiore della Nazione e di non compiere atti che potessero compromettere la futura decisione del popolo italiano sulla forma istituzionale dello Stato. Si trattava di un cambiamento altamente simbolico, che segnava il progressivo indebolimento della centralità monarchica nella vita politica italiana.
Nonostante il clima iniziale di collaborazione, le divisioni tra i partiti antifascisti emersero rapidamente. Due furono le questioni che provocarono i maggiori contrasti: la soluzione della questione istituzionale e l’epurazione dell’apparato statale compromesso con il fascismo.
Per quanto riguardava il primo aspetto, il dibattito si concentrò sulle modalità attraverso cui il popolo italiano avrebbe dovuto scegliere tra Monarchia e Repubblica. Alcuni partiti sostenevano che tale decisione dovesse spettare esclusivamente all’Assemblea costituente, mentre altri iniziarono a proporre l’ipotesi di un referendum popolare. Le forze di sinistra, in particolare, guardavano con crescente sospetto agli atteggiamenti considerati troppo concilianti di Bonomi nei confronti della Corona.
La seconda questione riguardava invece il problema dell’epurazione. Dopo il crollo del regime fascista, gran parte dell’apparato amministrativo, giudiziario e burocratico era rimasto sostanzialmente invariato. Prefetti, funzionari pubblici, magistrati e dirigenti che avevano collaborato con il fascismo continuavano spesso a occupare posizioni di potere. Di fronte a questa situazione, i partiti moderati proponevano una linea prudente e graduale, temendo che cambiamenti troppo radicali potessero destabilizzare ulteriormente il Paese. Al contrario, socialisti, comunisti e azionisti chiedevano una trasformazione profonda e immediata dello Stato.
A rendere ancora più complesso il quadro politico contribuirono anche le differenti posizioni degli Alleati. Winston Churchill osservava con preoccupazione gli sviluppi italiani, considerando Badoglio una figura più affidabile per la tutela degli interessi britannici nel Mediterraneo. Il governo inglese temeva che un rafforzamento delle forze antifasciste potesse favorire l’ascesa dei partiti di sinistra e mettere in discussione gli equilibri internazionali dell’area mediterranea. Gli Stati Uniti, guidati da Franklin Delano Roosevelt, mantennero invece un atteggiamento più prudente, evitando interferenze troppo dirette nella politica italiana.
Le tensioni interne al Cln sfociarono inevitabilmente nella crisi politica dell’autunno 1944. I partiti di sinistra e le forze repubblicane accusavano Bonomi di eccessiva moderazione e criticavano la lentezza con cui il governo stava affrontando il rinnovamento delle istituzioni. La situazione precipitò ulteriormente quando il principe Umberto dichiarò pubblicamente di essere favorevole a un referendum popolare per risolvere la questione istituzionale. Tale presa di posizione apparve a molti come una violazione degli accordi precedentemente raggiunti.
Le dimissioni di Bonomi furono il risultato di queste profonde divisioni politiche. Nei giorni successivi si aprì una complessa trattativa per individuare una nuova soluzione di governo. I partiti del Cln si mostrarono incapaci di trovare rapidamente un accordo alternativo, mentre gli Alleati e la Monarchia continuarono a sostenere la figura di Bonomi. Ancora una volta risultò decisivo l’intervento di Palmiro Togliatti, il quale ritenne prioritario evitare una crisi politica che avrebbe potuto compromettere la prosecuzione della guerra di liberazione. Grazie al sostegno comunista nacque così il secondo governo Bonomi.
Nei mesi successivi l’attenzione politica si concentrò soprattutto sui rapporti tra il governo centrale e il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Quest’ultimo, protagonista della Resistenza nel Nord occupato, godeva di grande prestigio politico e militare. Gli Alleati guardavano però con diffidenza alle formazioni partigiane, temendo che esse potessero trasformarsi in strumenti politici autonomi. Per questo motivo inglesi e americani insistevano affinché le brigate partigiane venissero progressivamente disarmate e non integrate nell’esercito regolare italiano.
La liberazione del Nord Italia e l’insurrezione del 25 aprile 1945 posero definitivamente il problema dell’unificazione politica del Paese. Da una parte vi era il governo di Roma, riconosciuto dagli Alleati come legittima autorità dello Stato; dall’altra il Clnai, che rivendicava il proprio ruolo centrale nella liberazione nazionale e aspirava a esercitare una maggiore influenza politica.
Lo scontro tra queste due realtà accelerò la crisi finale del governo Bonomi. Quando divenne evidente il venir meno del sostegno dei partiti, Bonomi presentò le proprie dimissioni nel giugno del 1945. I partiti del Cln decisero allora di affidare l’incarico a Ferruccio Parri, figura simbolica della Resistenza armata e dirigente del Partito d’Azione.
Con il governo Parri si aprì una nuova fase della storia italiana. Per la prima volta la guida del Paese veniva affidata direttamente a uno dei protagonisti della lotta partigiana. Il nuovo esecutivo si trovò a dover affrontare problemi enormi: la ricostruzione economica e sociale, il reinserimento dei reduci, la riorganizzazione dello Stato e soprattutto la definizione del futuro assetto costituzionale dell’Italia.
Fu proprio in questo contesto che iniziarono a delinearsi gli equilibri politici destinati a caratterizzare la futura Repubblica. Nel giro di pochi mesi il dibattito sulla forma istituzionale dello Stato sarebbe sfociato nella convocazione del referendum del 2 giugno 1946, attraverso il quale gli italiani avrebbero scelto la Repubblica e dato avvio alla stagione costituente. La fase di transizione apertasi con la caduta del fascismo si concludeva così con la nascita di una nuova Italia democratica, fondata sui principi della libertà, della rappresentanza politica e della partecipazione popolare.
Calogero Jonathan Amato

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