
Dopo quasi tre mesi di confronto permanente tra Washington, Teheran e Israele, il quadro che emerge è molto diverso dalla narrazione iniziale costruita attorno alla strategia trumpiana. Doveva essere una pressione devastante capace di piegare rapidamente la Repubblica Islamica, spezzarne l’influenza regionale e ridisegnare gli equilibri energetici del Medio Oriente sotto controllo americano.
Oggi invece gli Stati Uniti sembrano intrappolati in una crisi che non riescono né a chiudere né a vincere definitivamente.
Donald Trump aveva probabilmente immaginato uno schema già visto altrove: strangolamento economico, destabilizzazione politica, isolamento internazionale del regime e successiva emersione di una leadership iraniana più controllabile, meno ideologica e soprattutto più compatibile con gli interessi energetici occidentali. Una logica simile a quella tentata in Venezuela contro Maduro, dove Washington ha cercato di favorire assetti politici più vicini agli interessi americani e petroliferi.
Ma l’Iran non è il Venezuela.
Teheran possiede una struttura religiosa, militare e ideologica infinitamente più profonda. I Pasdaran controllano pezzi enormi dell’economia, dell’apparato repressivo, dell’intelligence e delle reti regionali sciite. In più il regime vive da decenni nella convinzione di essere accerchiato dall’Occidente. Questo ha trasformato la sopravvivenza stessa della Repubblica Islamica in un elemento identitario e quasi religioso.
Il risultato è che l’Iran, pur ferito e indebolito, non è collassato.
Anzi, sta riuscendo a trasformare la propria resistenza in una vittoria propagandistica verso il mondo islamico. Nel Medio Oriente la percezione conta quasi quanto la realtà militare. Se resisti agli Stati Uniti, continui a colpire indirettamente attraverso i tuoi proxy e resti in piedi dopo mesi di pressione internazionale, puoi rivendicare una forma di vittoria politica.
Ed è esattamente ciò che Teheran sta facendo.
Nel frattempo Washington continua a oscillare tra minacce, attacchi indiretti, diplomazia sotterranea e tentativi di contenimento. Una linea confusa che trasmette l’impressione di una superpotenza incapace di decidere fino a che punto spingersi. Trump non sembra interessato a una guerra totale che potrebbe trasformarsi in un disastro economico e politico interno. A lui interessa soprattutto il controllo strategico dell’energia e la possibilità di piegare il sistema iraniano senza finire impantanato in un nuovo Afghanistan mediorientale.
Il problema è che il tempo, in queste situazioni, rischia di favorire proprio Teheran.
Ogni settimana di sopravvivenza rafforza la narrativa iraniana della resistenza all’Occidente. Ogni incertezza americana alimenta la propaganda degli ayatollah. Ogni esitazione viene letta nel mondo islamico come una dimostrazione del fatto che persino Washington non riesce più a imporre la propria volontà strategica come un tempo.
Nel frattempo gli effetti economici stanno diventando enormi.
Il Golfo Persico resta il cuore energetico del pianeta. Ogni minaccia su Hormuz, ogni attacco degli Houthi nel Mar Rosso, ogni escalation tra Israele e proxy iraniani genera immediatamente instabilità nei mercati energetici, aumento dei costi assicurativi navali, tensioni logistiche e nervosismo finanziario globale. Il commercio internazionale vive già una fase fragile tra debiti, inflazione e rallentamento industriale. Una destabilizzazione strutturale del Medio Oriente potrebbe diventare la scintilla di una crisi economica molto più ampia.
Israele osserva tutto questo con crescente inquietudine.
Per Gerusalemme il problema iraniano non riguarda soltanto il petrolio o il controllo regionale. Riguarda la sopravvivenza stessa dello Stato ebraico. Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, le milizie sciite regionali, gli Houthi e l’intera rete costruita da Teheran rappresentano per Israele una minaccia esistenziale distribuita su più fronti contemporaneamente.
Ed è qui che emerge la vera frattura strategica tra Stati Uniti e Israele.
Washington sembra voler gestire il conflitto evitando una detonazione incontrollata che danneggi economia americana e consenso interno. Israele invece ritiene che lasciare in piedi il sistema iraniano significhi semplicemente rimandare uno scontro ancora più grave nei prossimi anni.
Per questo motivo cresce la sensazione che Israele possa trovarsi progressivamente costretto a giocarsi la partita della propria sicurezza sempre più autonomamente, mentre gli Stati Uniti cercano soprattutto una stabilizzazione compatibile con i propri interessi energetici ed economici.
Il paradosso finale è estremamente pesante.
Una strategia nata per ridimensionare l’Iran rischia invece di rafforzarne il mito politico nel mondo islamico, mentre gli Stati Uniti appaiono sempre più impantanati in una crisi che continua a destabilizzare il commercio globale, gli equilibri energetici e l’intero assetto geopolitico mediorientale.
Non ci resta che aspettare e valutare i prossimi eventi.
Piero Terracina

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