
di Alicia Garcia Herrero*
Poche visite presidenziali in Cina sono state accompagnate da un carico di aspettative e incertezza paragonabile a quello che precede il viaggio di Donald Trump a Pechino, previsto per il 14 e 15 maggio. L’ultimo incontro tra Trump e Xi Jinping risale allo scorso ottobre, quando i due leader si videro a Busan, in Corea del Sud, a margine del vertice APEC, il foro per la Cooperazione economica nell’Asia-Pacifico. Presentato da entrambi come un successo, quel colloquio servì in realtà soprattutto a prendere tempo.
Per Trump, l’obiettivo era guadagnare margine per provare a costruire una filiera autonoma per le terre rare e per altri minerali critici, oggi quasi interamente sotto il controllo della Cina. Un’ eventuale interruzione di queste forniture rischierebbe di paralizzare interi comparti dell’economia statunitense, incluse le capacità militari del Paese. Pechino, dal canto suo, ottenne una concessione ben più immediata: un allentamento parziale dei controlli all’export sui processori ad alte prestazioni per l’intelligenza artificiale, indispensabili alla Cina per ampliare la propria capacità di calcolo e restare competitiva nella corsa alla supremazia nell’IA. L’intesa raggiunta a Busan fu quindi tattica, non strategica. Non risolse i nodi di fondo, ma si limitò a rinviarli. Tra questi, il più rilevante — il futuro di Taiwan — venne lasciato in sospeso. Con un elemento, tuttavia, favorevole a Pechino: il vertice successivo si sarebbe tenuto nella capitale cinese, e in tempi brevi.
Il rinvio per la guerra
Il summit ha attraversato non pochi momenti di incertezza, a cominciare dal rinvio di un mese annunciato da Trump dopo l’attacco all’Iran. Eppure, tutto lascia pensare che la leadership cinese lo attenda con particolare interesse. Pechino ha fatto capire con chiarezza che, questa volta, Taiwan sarà al centro del confronto. La visita è stata trasformata in un’occasione diplomatica che il governo cinese non intende lasciarsi sfuggire. Dal punto di vista del Partito Comunista Cinese, del resto, Pechino è la sede più naturale per discutere di quella che considera una questione interna, inalienabile e non negoziabile: la riunificazione con l’isola.
Anche il quadro internazionale sembra giocare a favore della Cina. Le iniziative di Trump su altri dossier — talvolta vere e proprie fughe in avanti — hanno creato precedenti che Pechino osserva con attenzione, pronta a registrarli e, se necessario, a richiamarli in futuro. In questo contesto, la Cina ha scelto una linea di contenimento calcolato: toni duri, contestazione aperta dell’egemonia americana, ma nessun superamento delle linee rosse tracciate da Washington, in particolare sul tema delle forniture militari all’Iran. Se ci si chiede perché Pechino non abbia approfittato del coinvolgimento statunitense nello Stretto di Hormuz per aumentare la pressione nell’Indo-Pacifico, la risposta va cercata proprio a Taiwan. La Cina sta risparmiando le proprie munizioni diplomatiche per un negoziato più ampio. E spera che quel negoziato possa aprirsi ora.
I segnali sono arrivati prima ancora che l’Air Force One decollasse. Lo scorso settembre, la Casa Bianca ha respinto un pacchetto di aiuti militari a Taiwan da 400 milioni di dollari. A dicembre, Washington ha poi annunciato la più grande vendita di armi mai destinata all’isola: un pacchetto tecnologicamente avanzato da 11 miliardi di dollari. Sebbene l’accordo sia stato notificato al Congresso, la sua attuazione resta incerta proprio mentre si avvicina il vertice. A febbraio, Trump ha ammesso pubblicamente di essersi consultato con Xi Jinping sulle vendite di armi a Taiwan, scegliendo di attendere la fine del summit prima di procedere. Da allora, sono aumentati i dubbi su quanta parte di quell’arsenale raggiungerà davvero l’isola.
Come arrivano Xi e Trump all’incontro
Trump si presenta a Pechino in una posizione negoziale insolitamente fragile per un presidente che ha costruito la propria immagine politica sull’idea di forza. Bloccato sul dossier iraniano, privo dell’appoggio degli alleati europei in quel conflitto e alle prese con un’economia interna appesantita dai dazi da lui stesso imposti — poi fermati dalla Corte Suprema — il presidente americano ha bisogno di un’intesa da poter rivendicare in patria come una vittoria, tanto più in vista delle elezioni di novembre. Xi Jinping, al contrario, non deve misurarsi né con il calendario elettorale né con una stampa libera. Può permettersi di aspettare. E in diplomazia, la capacità di attendere è una forma di potere.
La posta in gioco supera di gran lunga i comunicati che verranno diffusi al termine del vertice. Lo Stretto di Taiwan non è una questione astratta: è una delle arterie centrali della nuova economia tecnologica globale. Da lì passa, direttamente o indirettamente, la risorsa più decisiva dell’ultima rivoluzione industriale: i semiconduttori avanzati che rendono possibile lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) produce oltre il 90% dei chip avanzati al mondo: componenti essenziali per i data center dell’IA, per i sistemi d’arma di nuova generazione e per le infrastrutture digitali delle democrazie occidentali. Una crisi nello Stretto — o anche solo una sua minaccia credibile — avrebbe effetti sull’economia globale paragonabili, se non superiori, a quelli di una chiusura dello Stretto di Hormuz. Con una differenza sostanziale: non sarebbe il petrolio a smettere di scorrere, ma i chip che alimentano la trasformazione tecnologica del nostro tempo.
Trump arriva dunque a Pechino con poche carte da giocare. O, più precisamente, dopo averne già spese alcune tra le più importanti prima ancora di sedersi al tavolo. Il negoziato dei prossimi giorni con Xi Jinping non deciderà soltanto il futuro di un’isola di 23 milioni di abitanti. Contribuirà anche a definire gli equilibri tecnologici e militari dei decenni a venire.
Alicia Garcia Herrero
*Istituto Ispi

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