
di Alessandro Iocchi*
A partire dal 25 aprile, il Mali sta subendo una serie senza precedenti di attacchi militari a città e strutture strategiche. A rivendicare tali azioni concertate sono la coalizione jihadista Jama’at Nusrat al-Islam wa’l Muslimin (JNIM) e gli indipendentisti tuareg del Front de libération de l’Azawad (FLA), le cui milizie hanno attaccato simultaneamente Bamako, Kidal, Kati, Gao, Sevaré e Mopti, nel centro e nel nord del paese, riuscendo a prendere il controllo effettivo di Kidal e Mopti.

Come si è arrivati all’offensiva del 25 aprile?
La guerra civile tra l’esercito di Bamako e le milizie indipendentiste e jihadiste, iniziata nel 2012, ha registrato negli ultimi mesi sviluppi rilevanti che stanno mettendo profondamente in difficoltà il governo centrale. Da quando, nel 2021, il generale Assimi Goïta ha assunto il potere tramite un colpo di stato militare, la sua promessa di garantire sicurezza e sovranità politica nel paese si sta rivelando in tutta la sua vuotezza. Conclusi tempestosamente i rapporti di cooperazione militare con le truppe francesi della missione Barkhane e quelle della missione delle Nazioni Unite MINUSMA, Goïta invitò al loro posto i mercenari russi di Wagner, poi riorganizzati sotto il nome di Africa Corps in una struttura paramilitare sotto diretto controllo del governo russo. Tuttavia, questo cambio di partner non ha determinato il minimo miglioramento nelle condizioni di sicurezza del paese. Al contrario, a partire soprattutto dalla decisiva battaglia di Tinzawatène di luglio 2024, sono progressivamente deteriorate, portando al montare di una grande offensiva da parte di JNIM e FLA, di cui gli eventi del 25 aprile costituiscono il più recente giro di boa.
Il FLA, formatosi ufficialmente nel novembre 2024, riunisce le sigle storiche dell’irredentismo arabo-tuareg maliano emerse con la guerra civile del 2012: il Mouvement national de libération de l’Azawad (MNLA), l’Haut conseil pour l’unité de l’Azawad (HCUA), alcuni elementi del Mouvement arabe de l’Azawad (MAA) e, infine, frange del Groupe d’autodéfense touareg Imghad et alliés (GATIA). Il gruppo aveva perso il controllo di diverse località nella sua roccaforte di Kidal nel corso del 2023, in seguito a un’offensiva dell’esercito maliano e dei mercenari russi che aveva portato in particolare le forze governative e russe a prendere la strategica Kidal. Riorganizzatisi, gli indipendentisti avevano scelto di allearsi, fatto inedito e per certi versi sorprendente, con gli ex nemici del JNIM, da allora portando avanti la grande offensiva delle milizie jihadiste in tutto il paese.
A sua volta, JNIM ha affrontato negli ultimi mesi nel 2025 una fase particolarmente decisiva. JNIM emerge nel 2017 come coalizione formata dai leader di Ansar al-Din, al-Murabitun, Katiba Macina ed elementi di al-Qa’ida nel Maghreb islamico (AQMI), gruppi jihadisti attivi nel corso della guerra civile maliana iniziata nel 2012. Guidata da Iyad ag Ghali e dal vice Amadou Koufa, affiliata ufficialmente ad al-Qa’ida, dal 2019 la coalizione è coinvolta in un conflitto, tanto strategico quanto ideologico, con la provincia saheliana dello Stato Islamico (Islamic State Sahel Province, ISSP). Nel corso del 2025, il gruppo aveva portato avanti con successo una strategia “di strangolamento” sul territorio, bloccando, a partire da settembre, alcuni dei più importanti assi viari e logistici del paese. Ne era seguito un “quasi-embargo” su beni, viveri e soprattutto carburante, del quale avevano fatto le spese le città più grandi: non solo la capitale Bamako, ma anche Mopti, Ségou, Nioro, San, Koutiala, Farabougou, Kayes e Timbuktu.
Gli attacchi del 25 aprile
Il 25 aprile JNIM e FLA si sono riuniti sia operativamente che a livello politico-strategico: in un comunicato hanno definito la loro “alleanza” contro l’esercito maliano (FAMa) e attaccato simultaneamente Bamako, Kidal, Kati, Gao, Sevaré e Mopti. A Kati, città a pochi chilometri a nord-ovest della capitale Bamako che ospita il campo Soundiata Keïta, la più importante base militare del paese, l’attacco è iniziato all’alba. Verso le sei del mattino, degli assalitori vestiti con uniformi maliane sono entrati in città con moto e alcuni pick-up, e un attentato con autobomba ha distrutto la casa e ucciso il ministro della Difesa, il colonnello Sadio Camara. Il capo della giunta, Assimi Goïta, attaccato nella sua residenza di Bamako, è stato portato in salvo, secondo alcune fonti, scortato dai mercenari del gruppo turco Sadat.
A Bamako i combattimenti si sono svolti nelle strade della capitale e vicino all’aeroporto. Al nord, le milizie del FLA hanno annunciato di aver concluso un accordo che permette ai paramilitari russi di ritirarsi dalla città di Kidal, riprendendo di fatto il controllo della città dell’estremo nord del paese. Immagini diffuse sui social media mostravano i mercenari russi uscire scortati dai combattenti del FLA tra gli applausi della folla locale – una scena impensabile solo pochi mesi prima. Le città di Mopti e Bourem sono state anch’esse prese da JNIM e FLA, mentre Sévaré è stata attaccata. A fine giornata, la giunta maliana dichiarava di esser riuscita a contenere l’offensiva e di tenere la situazione sotto controllo, continuando la propria strategia di propaganda.
Come accennato, il generale Sadio Camara, figura chiave della giunta, è stato ucciso insieme alla sua seconda moglie durante l’attacco condotto dal JNIM contro la sua residenza di Kati, distrutta dall’esplosione di un veicolo imbottito di esplosivi. La sua morte è un colpo durissimo: Camara era considerato il numero due del regime e l’uomo chiave dell’alleanza con Mosca. Secondo fonti della sicurezza, anche il capo dei servizi di intelligence, il generale Modibo Koné, è stato ferito da un proiettile durante gli attacchi di sabato a Kati, a differenza del capo di stato maggiore generale delle forze armate, il generale Oumar Diarra, uscito illeso dagli attacchi.
Il paese è immerso in un clima di profonda incertezza, legata alla durabilità delle conquiste strategiche operate dalle milizie sul terreno, ma anche alla volatilità della situazione interna all’esercito che, con la morte di Camara e le immagini dei soldati e dei mercenari in ritirata dal nord, può quantomeno apparire vacillante. Nel frattempo, il governatore della regione di Kidal, El Hadj ag Gamou, ex leader della milizia tuareg pro-governo dei GATIA, poi divenuto generale delle FAMa, è fuggito a Gao, confermando che la coalizione ribelle, in controllo di Kidal, non è ancora riuscita a sfondare a Gao. L’asse Kidal-Gao, nella località strategica di Bourem, è sotto il controllo dei ribelli. Proprio la città di Gao è sotto assedio, ma l’esercito regolare controlla ancora la zona dell’aeroporto militare e dell’ex campo MINUSMA. A sud di Gao, a Tessit, JNIM ha annunciato il 27 aprile la presa della città dopo la resa pacifica del contingente FAMa. A Mopti e Sevaré, dopo gli attacchi, le milizie si sono ritirate.
E ora?
Resta impossibile prevedere uno scenario realistico, data la fluidità degli eventi sul terreno e la complessità delle dinamiche in atto. Mentre, malgrado le dichiarazioni pubbliche, la validità della dottrina di sicurezza del regime Goïta sembra esser stata smentita dagli eventi, è la durabilità stessa del regime ad esser minacciata. Dopo la morte di Camara e il ferimento di Koné, cosa farà Goïta? Saprà rassicurare tutti i ranghi dell’esercito, che sulla carta lo sostiene ancora? Gli ultimi mesi, per la giunta Goïta, sono passati ignorando non solo gli ormai cronici deficit del suo governo nella governance rurale ma anche i problemi derivati dall’offensiva di JNIM lungo gli assi di circolazione, e puntando il dito contro nuovi presunti nemici esterni. Mentre la crisi di approvvigionamento strozzava Bamako ed altre città del Mali, portando a una forte speculazione sulle tariffe, Goïta alzava la tensione con la vicina Mauritania: prima l’episodio che ha coinvolto le forze armate maliane e ha portato alla morte di sette civili nella frontaliera con Senegal e Mauritania, poi le accuse, poi rientrate, di uno sconfinamento da parte dell’esercito maliano per un pattugliamento in territorio mauritano. Tutto questo mentre, nel dibattito interno, la linea del dialogo per arginare le violenze, sostenuta dall’imam Mahmoud Dicko, continua ad essere ignorata da un regime più concentrato ad alzare la tensione e investire su una dottrina di sicurezza chiaramente fallace. Per uscire da quello che, a tutti gli effetti, appare non più solo un isolamento diplomatico, con diversi paesi europei e ovest-africani, ma anche logistico, il regime aveva concluso, di recente, degli accordi con la Guinea per il transito di beni, viveri e carburante e anche, secondo fonti verificate, di armi provenienti dalla Russia. I fatti di questi giorni, insomma, portano l’ago della bilancia da una parte sulla capacità di tenuta della leadership a Bamako, dall’altra sulla strategia che le milizie saranno in grado di portare avanti (e mantenere) sul terreno.
Il futuro corso del Mali dipenderà da una parte dalla capacità – o piuttosto incapacità – del regime Goïta di sopravvivere ai traumi del 25 aprile. Dall’altra, molto dipenderà dall’abilità del fronte alleato JNIM-FLA nel mantenere il controllo delle posizioni, muovere alla conquista di nuove basi strategiche (Timbuktu, ad esempio) e, soprattutto, di tenere sotto controllo il conflitto, finora a bassa intensità, con ISSP, il gruppo rivale che da tre anni controlla quasi interamente la regione di Menaka, altra città chiave del nord.
Alessandro Iocchi
*Istituto Ispi

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