
“Le condizioni a Gaza sono insostenibili, caratterizzate da continue violazioni dell’accordo di cessate il fuoco e da un afflusso chiaramente insufficiente di aiuti umanitari nella Striscia. La situazione in Cisgiordania sta peggiorando rapidamente, con un’escalation della violenza contro i palestinesi: i coloni radicali agiscono in totale impunità e, insieme alle operazioni militari in corso da parte delle forze di difesa israeliane, stanno causando la morte intollerabile di civili innocenti. Le dichiarazioni dei ministri estremisti del governo israeliano stanno incitando livelli pericolosi di violenza. Allo stesso tempo, i ripetuti attacchi contro la libertà religiosa di musulmani e cristiani e il suo esercizio stanno mettendo in discussione lo status quo tradizionale della Terra Santa. Questi sviluppi stanno causando sofferenze umane inaccettabili, minando l’attuazione della soluzione dei due Stati e minacciando la fattibilità dello Stato palestinese….”, questo non è che un passaggio della lunga lettera di denuncia firmata dai ministri degli esteri di Irlanda, Spagna e Slovenia inviata la scorsa settimana a Kaja Kallas, alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, che nel paragrafo finale si conclude con queste parole: “Alla luce di queste gravi circostanze, chiediamo che la prossima riunione del Consiglio «Affari esteri» preveda una discussione sull’accordo di associazione Ue-Israele. La precedente valutazione del rispetto da parte di Israele degli obblighi previsti dall’articolo 2 dell’accordo ha chiaramente dimostrato che Israele sta violando i propri obblighi in materia di diritti umani, e da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Dato il livello di violenza e la gravità della situazione attuale, è necessario riesaminare con urgenza la questione della risposta dell’Ue, comprese le proposte avanzate dal presidente della Commissione. È necessaria un’azione coraggiosa e immediata, e tutte le opzioni devono rimanere sul tavolo. L’Unione europea non può più restare in disparte“.
Martedì scorso la richiesta dei ministri Mc Entee, Fajon e Albares è stata, in effetti, messa all’ordine del giorno della riunione del Consiglio Affari Esteri che si è tenuto a Lussemburgo. Risultato: nessuna decisione presa; l’encefalogramma dell’Ue nei confronti di Israele rimane piatto o quasi. A meno che non vengano presi sul serio le decine di comunicati stampa regolarmente rilasciati a nome delle principali cariche istituzionali europee che “esprimono preoccupazione”, senza tuttavia mai condannare, per l’azione del governo israeliano limitandosi ad invitarlo a rispettare gli impegni internazionali. Tutto qui. Con un’imperdonabile aggravante. Mentre prima l’alibi era il veto irremovibile di Viktor Orban verso qualsiasi misura punitiva nei confronti di Israele ora che questo è caduto la nudità del re è alla berlina di tutti. Anche la proposta minimale di Francia e Svezia di mettere finalmente al bando l’import dei prodotti provenienti dalle colonie ebraiche in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale, è caduta nel vuoto.
In base ai trattati europei per bloccare l’accordo di associazione fra Ue e Israele occorre l’unanimità ma per sospendere la parte commerciale di questo, quella più importante, basta la maggioranza qualificata, ovvero il 55% dei Paesi Membri in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione europea (NB L’Ue è il principale partner commerciale di Israele). Calcoli informali alla mano, nei corridoi di Bruxelles si evidenzia il ruolo decisivo giocato dall’Italia nell’affossamento del dossier Israele. In parole crude Antonio Tajani si è rivelato, di fatto, il garante dell’impunità di Israele facendo pendere la bilancia dalla parte di Paesi come Germania e Austria che, per un senso di colpa storico, non vogliono prendere alcun provvedimento. Quasi in contemporanea il numero di firme di cittadini europei alla petizione ufficiale “Giustizia per la Palestina”, che chiede l’interruzione dell’accordo Ue-Israele, ha raggiunto in poco più di tre mesi, nei giorni scorsi, il milione. Di queste ben 245.545 sono di cittadini italiani superando abbondantemente il numero minimo richiesto che regola questa iniziativa per il nostro paese di 53.580 firme. A Tajani, probabilmente interessa poco o nulla ma il fatto dimostra una volta di più lo scollamento di una parte della classe politica dalla sensibilità comune degli italiani.
E sempre sulla questione palestinese un ultimo aggiornamento merita attenzione. Lunedì Kaja Kallas ha presieduto a Bruxelles la riunione della “Alleanza Globale per la Implementazione della Soluzione dei Due Stati” con la partecipazione di 60 Paesi. Qualcuno l’ha definita pomposamente come la risposta europea al “Board of Peace” di Donald Trump. Al fiume di parole, purtroppo, non seguono mai atti concreti. L’Ue si è sempre correttamente mossa di concerto con la Lega Araba che, però oggi si mostra debole e assente perché le monarchie del Golfo hanno, di fatto, scaricato i palestinesi. Siamo davvero arrivati al capitolo finale della drammatica cancellazione di un popolo?
Paolo Bergamaschi
da Vita.it

Lascia un commento