
Domina la grande politica internazionale che ci costringe a fare un rapido giro dallo stretto di Hormuz e dal Libano a Parigi, e da Barcellona al Camerun.
L’Iran ha aperto lo Stretto di Hormuz dimostrando il suo potere dí condizionamento dell’economia globale.
La riapertura è condizionata, precaria e scade con la tregua in Libano; essa è infatti un “messaggio in bottiglia” inviato ai mercati che ha già fatto crollare il Brent dell’8,5%.
L’Iran ha l’ambizione di mostrarsi come un attore responsabile e ha usato l’arma economica (il blocco del petrolio) per costringere Trump a frenare Netanyahu, ottenendo un risultato significativo.
Trump, rivendica una sottomissione dell’Iran che non è avvenuta. La sua idea di una guerra lampo e di una vittoria schiacciante é miseramente fallita, rimarcando la crisi di egemonia dell’impero americano che la forza delle armi non riesce a colmare.
In realtà, la capacità di resistenza dell’Iran e degli Hezbollah é il dato che più di ogni altro emerge in questo drammatico conflitto.
Restano gli interessi di Israele a continuare la guerra per allargare i propri confini e distruggere i nemici annientandoli definitivamente.
É questa la minaccia più grande su una tregua che é frutto degli interessi economici legati al petrolio piuttosto che di una effettiva volontà di pace e di accordi tra le parti.
Il vertice dei “non belligeranti” all’Eliseo, a Parigi, ha sancito ufficialmente il declassamento diplomatico dell’Italia. Dopo essere stata pubblicamente attaccata da Trump (“L’Italia non c’era per noi, noi non ci saremo per l’Italia”), la Premier ha tentato una disperata riconversione europeista, offrendo i cacciamine Gaeta e Rimini per una missione “difensiva” guidata da Macron e Starmer. È il peso di una piuma: l’Italia si propone come gregario tecnico in un tavolo dove non tocca palla politica.
Meloni agli occhi delle potenze europee appare ora come una “banderuola” che, perso l’alto protettore di Washington, torna all’ovile europeo in posizione gregaria, accettando una missione “neutra” che serve più a proteggere il transito delle merci che a fermare il massacro in Medio Oriente, e dove a guidare saranno Francia e Inghilterra.

Mentre Parigi contava le navi, Barcellona e il Camerun hanno dato voce a un vero bisogno di pace, alla giustizia sociale e all’etica. Al Global Progressive Mobilisation, Sánchez e Lula hanno tentato di costruire un “fronte del sud” contro l’internazionale reazionaria di Trump, parlando di pace non come assenza di spari, ma come equità. Qui l’Italia è stata rappresentata da Elly Schlein, che ha cercato di accreditarsi come l’unica alternativa credibile a una destra nazionale ormai “in declino”.
I leader della sinistra mondiale hanno parlato di una “Pace non solo militare, ma sociale”. Lula è stato durissimo, affermando che non può esserci pace in Medio Oriente finché esiste una “disuguaglianza oscena” e finché il multilateralismo (l’ONU) viene calpestato dalle decisioni unilaterali dei singoli leader.
Il vertice ha messo al centro anche la tassazione dei super-ricchi e la transizione ecologica “giusta”, la sanità per tutti e i diritti sociali.
Parallelamente, Papa Leone XIV dal Camerun squarcia il velo dell’ipocrisia dei “signori della guerra”. Le sue parole contro la “manciata di tiranni” che saccheggiano l’Africa e usano Dio come scudo per fare le guerre e accrescere i propri profitti sono un atto d’accusa che colpisce tanto il cinismo politico e l’irrilevanza di Parigi quanto l’unilateralismo di Washington e i deliri di onnipotenza trumpiani.
Il Papa non parla di rotte navali, ma di “mani che donano”, ricordando che la stabilità internazionale non si ottiene con le bombe e scortando petroliere, ma investendo sui giovani e sulla dignità delle persone.
“Il mondo -ha detto Leone XIV- viene devastato da una manciata di tiranni. Chiudono un occhio sul fatto che miliardi di dollari vengono spesi per uccidere, eppure le risorse necessarie per la guarigione, l’educazione e la restaurazione non si trovano da nessuna parte. Gesù ci ha detto, beati i costruttori di pace, ma guai a coloro che manipolano la religione nel nome stesso di Dio per il loro guadagno militare, economico o politico, trascinando ciò che è sacro nell’oscurità e nella sporcizia”.
È lo scontro tra la politica del profitto e la politica dell’umanità.
Enrico Rossi

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