
Nello scacchiere geopolitico del 2026, lo Stretto di Hormuz è tornato a essere l’ombelico del mondo, ma questa volta con un’inedita declinazione commerciale che ha fatto sobbalzare Washington. La recente dichiarazione di Donald Trump — “Voci di pedaggi dell’Iran su Hormuz, meglio non lo facciano” — cristallizza una tensione che va ben oltre la sicurezza marittima, toccando le corde del diritto internazionale e della stabilità economica globale.
Il cuore della contesa risiede nell’ipotesi avanzata dal regime iraniano di imporre un pedaggio forzato per il transito delle navi commerciali. Teheran giustifica questa mossa come una necessità per coprire i costi di messa in sicurezza del passaggio, minato e parzialmente bloccato durante le recenti escalation belliche. Tuttavia, per l’amministrazione americana e i suoi alleati, questa non è altro che una forma di estorsione su una rotta dove transita circa il 20% del petrolio mondiale.
Trump ha utilizzato il suo stile caratteristico, mescolando avvertimenti diretti e aperture negoziali.
Attraverso i suoi canali social, ha intimato a Teheran di “fermarsi subito” se i rapporti sul pagamento di tasse di transito (si parla di cifre fino a 2 milioni di dollari per supertanker – superpetroliera) fossero confermati.
Queste tensioni arrivano in un momento delicatissimo, a pochi giorni da un fragile accordo di cessate il fuoco. Il Presidente ha avvertito che il mancato rispetto della libera navigazione potrebbe portare a una ripresa delle ostilità “più forti che mai”.
In un colpo di scena tipicamente “trumpiano”, il tycoon ha persino ipotizzato che, se proprio devono esserci dei pedaggi, dovrebbe essere una “joint venture” (“rischio congiunto”) è un accordo di collaborazione tra due o più imprese che decidono di unire le proprie risorse e competenze per realizzare uno specifico progetto o raggiungere un obiettivo comune) o un sistema sotto controllo americano a gestirli, per garantire che il petrolio continui a fluire.
L’Unione Europea e il Regno Unito hanno già espresso un netto rifiuto verso qualsiasi forma di tariffazione unilaterale, definendola una violazione del diritto marittimo che stabilisce Hormuz come rotta di transito internazionale. Mentre l’Iran rivendica la sovranità sulle acque territoriali che compongono lo stretto, la comunità internazionale teme che il “prezzo della tregua” non possa essere pagato dai consumatori globali attraverso un aumento vertiginoso dei costi energetici.
Il braccio di ferro su Hormuz non è più solo una questione di cannoni, ma di portafogli. Se Teheran dovesse ignorare l’avvertimento di Trump, la tregua del 2026 potrebbe rivelarsi solo una breve parentesi prima di un nuovo, e forse più costoso, scontro frontale.
Giuseppe Basilico

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