
Questa è la prima Pasqua di Leone XIV. Un Papa americano, il primo nella storia bimillenaria della Chiesa cattolica, che celebra la resurrezione in un mondo che sembra aver smarrito ogni vocazione alla pace e al rispetto della vita umana.
I contenuti espressi dal Pontefice durante questa celebrazione pasquale indicano che qualcosa di strutturale è cambiato nel modo in cui la voce della Chiesa si inserisce nel nostro tempo.
Rispetto a Francesco, con i suoi gesti simbolici potenti e le frasi dirompenti che diventavano immediatamente patrimonio mediatico globale, Leone XIV ha scelto una strada diversa. Ma non si tratta certo di un ritorno indietro, cioè di quella svolta reazionaria tanto attesa dalle destre occidentali al punto di provare inizialmente di impadronirsi della sua nomina.
Papa Leone sembra preferire lo sviluppo di un pensiero logico piuttosto che la scossa emotiva, l’analisi alla denuncia e al gesto.
Tuttavia il contenuto del suo magistero è, sotto molti aspetti, innovativo quanto quello del suo predecessore e il risultato è una critica al potere e alla società non meno radicale.
Il pensiero di Leone XIV si è già articolato, in questi primi mesi, attorno a tre assi fondamentali che definiscono la sua visione del mondo contemporaneo.
Il primo riguarda la guerra tecnologica. La delega alle macchine — agli algoritmi, ai sistemi di intelligenza artificiale — delle decisioni su vita e morte rappresenta, per Prevost, non semplicemente un problema etico, ma una rottura con l’umanesimo occidentale. È una posizione che arriva in un momento in cui i droni, autonomi e sistemi d’arma automatizzati sono già una realtà operativa nei conflitti in corso.
Delegare la morte a un algoritmo non è solo un peccato, è la fine dell’uomo come soggetto responsabile delle proprie scelte e del proprio destino.
Il secondo asse riguarda ciò che il Papa ha chiamato, con un termine preciso e deliberatamente provocatorio, “nazional-cattolicesimo”: l’uso strumentale della fede cristiana come legittimazione di politiche nazionaliste, identitarie o imperialistiche. La particolarità è la forza di questa critica sta nella sua provenienza. Prevost un americano, viene cioè dall’interno del sistema che contesta; e questo rende le sue posizioni strutturalmente più pericolose, soprattutto per chi, come Trump e la destra estrema occidentale, vorrebbe continuare a usare il nome di Dio come scudo ideologico delle proprie politiche guerrafondaie e razziste.
Il terzo asse è forse il più antico e il più urgente: la condanna della guerra santa. Definire “blasfemia” l’utilizzo del sacro per giustificare il conflitto armato non è un’affermazione retorica. È un atto che sottrae legittimità teologica a qualsiasi fondamentalismo — cristiano, islamico, ebraico — che tenti di trasformare la violenza in missione divina. In un’epoca in cui l’escalation tra potenze si nutre anche di narrazioni religiose, questa presa di posizione è importante.
Infine la questione migranti su cui, in effetti, la mancanza di Papa Francesco non si può non avvertire.
Su uno dei temi più divisivi e strumentalizzati del nostro tempo, Leone XIV ha scelto un approccio che lo distingue nettamente dal predecessore ma ne ha mantenuto la sostanza morale.
Francesco agiva con potenti gesti simbolici: il viaggio a Lampedusa, il gesto di lavare i piedi ai rifugiati, la presenza fisica tra gli ultimi.
Leone XIV sposta il baricentro, porta la questione sul piano del diritto internazionale, della responsabilità istituzionale, della costruzione di sistemi alternativi alla cultura dello scarto.
La dignità -ha ribadito- non dipende da uno status giuridico ma precede qualsiasi timbro sul passaporto.
Inoltre, c’è un nesso che Leone XIV ha voluto rendere esplicito con forza inusuale: le guerre in corso -in Ucraina, in Medio Oriente- sono fabbriche di profughi. Chi alimenta o permette quei conflitti porta una responsabilità diretta nei confronti di chi è costretto a fuggire. È un’accusa ai governi che riducono le vite umane a variabili secondarie delle loro strategie di potere.
Durante la Veglia Pasquale, ha usato un’immagine di straordinaria densità simbolica: i muri ai confini sono pietre sul sepolcro. Blocchi che impediscono non solo il movimento dei corpi, ma la resurrezione di una civiltà capace di fondarsi sulla fraternità. È un’immagine teologica e poetica e che dice dove Leone XIV vuole collocare sulla questione dei migranti la Chiesa in questo momento storico.
Questa prima Pasqua di Leone XIV consegna un pontificato che ha scelto consapevolmente lo sviluppo dell’analisi e del pensiero e parla in modo più misurato ma non meno incisivo. E questo in un’epoca dominata dalla velocità dell’immagine e dalla semplificazione del messaggio, è una scelta controcorrente, perciò significativa.
In generale, in un mondo che pare aver smarrito ogni riferimento ai valori, la Chiesa rimane l’ultima voce morale di valore globale.
E pur nelle differenze di stile e di approccio ai problemi, di un linguaggio meno popolare e più dottrinale, tra Francesco e Leone, c’è, a mio avviso, continuità nell’affermare un cattolicesimo che non vuole essere funzionale ad un disegno politico e che invece mantiene alta la critica del presente.
Chi avrebbe voluto reclutare il nuovo Pontefice come cappellano dell’ideologia dominante delle destre occidentali è rimasto deluso.
La fermezza di Leone XIV è una buona notizia per tutti coloro che non si arrendono e vogliono continuare a impegnarsi per un mondo di pace e di giustizia
Enrico Rossi

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