
C’è un principio brutale ma spesso evocato nei momenti di crisi: sacrificare uno per salvarne mille. Oggi per l’Europa quel principio torna a farsi strada in modo inquietante nel dibattito pubblico. Dopo oltre quattro anni di sostegno totale all’Ucraina, l’Unione Europea ha dimostrato di non essere rimasta indifferente davanti all’invasione ordinata da Vladimir Putin. Le sanzioni contro Mosca, inclusa la drastica riduzione degli acquisti di gas e petrolio, hanno rappresentato un costo enorme. Non solo politico, ma anche economico e sociale. L’Europa ha scelto di pagare quel prezzo firmando contratti energetici più onerosi e ridefinendo in fretta i propri equilibri. Ma oggi lo scenario è cambiato. La tensione nel Golfo è sempre più instabile e, anche nella migliore delle ipotesi, le conseguenze economiche e strategiche si trascineranno a lungo. Se la situazione dovesse peggiorare – ed è un rischio concreto – il costo per cittadini e imprese europee potrebbe diventare insostenibile. In questo contesto la domanda che fino a ieri era impensabile torna ad affacciarsi: l’Europa può permettersi di non riaprire un canale energetico con la Russia? Il comportamento degli Stati Uniti aggiunge ulteriore incertezza. Il presidente Donald Trump ha dimostrato più volte di essere imprevedibile nelle sue scelte di politica estera. Un eventuale cambio di rotta improvviso – o, al contrario, un’escalation – potrebbe avere conseguenze globali difficilmente calcolabili. Anche scenari estremi, che evocano i fantasmi di bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, non possono più essere esclusi dal campo delle ipotesi più cupe. In una simile cornice il tema energetico diventa questione di sopravvivenza. Non solo economica, ma anche sociale. Il rischio concreto è che l’Europa si trovi costretta a fare ciò che fino a poco tempo fa considerava inaccettabile: tornare a negoziare con Mosca da una posizione di debolezza, chiedendo forniture per evitare un inverno segnato da razionamenti e crisi diffuse. È una prospettiva che pesa anche sul piano politico e simbolico. Per molti cittadini significherebbe ammettere il fallimento – o almeno il limite – delle strategie adottate finora. Eppure mentre il costo della vita cresce, la percezione è che le classi dirigenti restino relativamente protette, meno esposte agli effetti più duri della crisi. Nel dibattito politico che si riapre dopo il referendum emerge allora una domanda cruciale: esiste una forza capace di andare oltre la contrapposizione ideologica e proporre soluzioni concrete, anche scomode, nell’interesse dei cittadini? Perché al di là delle posizioni di principio la realtà impone scelte difficili. E il tempo per rinviarle potrebbe essere già scaduto.
Angelo Santoro

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