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I costi dell’inerzia politica

L’analisi proposta da Davide Giacalone, pubblicata su La Ragione del 2 aprile 2026, individua con efficacia un nodo ormai strutturale della politica economica italiana: la tendenza a trasformare ritardi e mancate decisioni in nuovo debito pubblico. Non è soltanto una constatazione polemica, ma la descrizione di un metodo, che rischia di compromettere progressivamente la solidità finanziaria e la credibilità politica del Paese.

di Riccardo Bruno | 3 Aprile 2026

L’analisi proposta da Davide Giacalone, pubblicata su La Ragione del 2 aprile 2026, individua con efficacia un nodo ormai strutturale della politica economica italiana: la tendenza a trasformare ritardi e mancate decisioni in nuovo debito pubblico. Non è soltanto una constatazione polemica, ma la descrizione di un metodo, che rischia di compromettere progressivamente la solidità finanziaria e la credibilità politica del Paese.

In questo quadro, le responsabilità dell’attuale governo appaiono evidenti, giacché proprio chi aveva promesso discontinuità rispetto alle pratiche del passato si ritrova oggi ad alimentare quella medesima logica di rinvii e compromessi, quando non a subirla passivamente, mostrando una difficoltà crescente nel tradurre gli annunci in scelte coerenti e tempestive, e finendo così per avallare quel meccanismo per cui si preferisce rinviare le decisioni strutturali, scaricandone il costo sulle generazioni future.

Non è soltanto una questione economica, ma una questione eminentemente politica, poiché il problema non risiede tanto nell’errore, che è fisiologico in ogni sistema democratico, quanto nella sua sistematica copertura attraverso nuova spesa e nuovo debito.

Il tutto secondo una logica che privilegia il consenso immediato rispetto alla sostenibilità di lungo periodo, dando luogo a equilibri solo apparenti che si traducono, nel volgere di breve tempo, in squilibri ben più profondi.

Una dinamica che richiama, non senza attualità, l’insegnamento di Ugo La Malfa, il quale ammoniva che «non si può vivere al di sopra delle proprie possibilità senza pagare un prezzo», indicando con chiarezza il nesso inscindibile tra rigore finanziario e qualità della democrazia.

Il passaggio relativo alla transizione energetica appare, in questo senso, emblematico, giacché un ambito che dovrebbe rappresentare una leva strategica per la modernizzazione del sistema produttivo e per il rafforzamento della competitività nazionale viene ridotto, non senza una certa miopia di fondo, a terreno di mediazione tra interessi particolari.

Il risultato è quello di generare un’incertezza normativa che scoraggia gli investimenti, accresce i costi e finisce, vieppiù, per gravare tanto sui conti pubblici quanto sulle famiglie e sulle imprese, in una spirale che si autoalimenta.

Il tema dell’energia, del resto, chiarisce con particolare evidenza tale dinamica.

Infatti, ribadire la necessità di un ritorno al nucleare senza indicare con precisione tempi, luoghi e procedure equivale, in ultima analisi, a rinviare ancora una volta il momento della decisione, ancorché si tratti di una scelta non più eludibile per un Paese che paga l’energia più degli altri partner europei e che, proprio per questo, dovrebbe mostrare una capacità di indirizzo ben più risoluta.

In questo quadro si inserisce anche la questione del Meccanismo europeo di stabilità, la cui ratifica rappresenterebbe non soltanto un atto di coerenza rispetto agli impegni assunti, ma anche un segnale di maturità politica, utile a superare un europeismo spesso oscillante tra retorica e rivendicazione.

Un europeismo di maniera, incapace di tradursi in una partecipazione piena e responsabile ai processi decisionali comuni, laddove invece sarebbe necessario riconoscere che l’integrazione europea non può essere invocata solo quando conviene, ma deve essere praticata con continuità e responsabilità.

Ancora più rilevante appare il nodo delle rendite, che costituisce uno dei principali fattori di rallentamento della crescita italiana, poiché la loro difesa, perseguita con ostinazione trasversale dalle forze politiche, finisce per penalizzare gli investimenti produttivi e l’innovazione, consolidando un assetto economico che premia la conservazione rispetto al cambiamento e che rende il sistema nel suo complesso meno dinamico e meno competitivo.

Il ricorso ai bonus e ai sussidi, lungi dal rappresentare una soluzione strutturale, si configura allora come l’esito più evidente di questa impostazione.

Una risposta che appare solidale ma che, in realtà, si limita a intervenire sugli effetti senza incidere sulle cause, perpetuando una dipendenza dalla spesa pubblica che aggrava ulteriormente il debito e restringe gli spazi di manovra futuri.

Ne deriva un circolo vizioso nel quale il favore fiscale accordato alla rendita dei titoli di Stato rende più difficile il finanziamento delle imprese, le quali, trovandosi in difficoltà, richiedono a loro volta l’intervento pubblico, alimentando così nuovi disavanzi e nuovo debito.

Una dinamica che produce arretratezza e che finisce per giustificare, sul piano politico, comportamenti elettorali improntati alla sfiducia, quando non apertamente orientati contro il sistema stesso.

È in questa prospettiva che l’ammonimento conclusivo assume un valore che travalica la contingenza, poiché un Paese che continua a prendersi in giro, evitando di affrontare i nodi strutturali che ne frenano lo sviluppo, non può che ritrovarsi, prima o poi, a votare contro sé stesso, rinunciando a quella responsabilità collettiva che costituisce il fondamento di ogni autentica democrazia liberale.

Per una tradizione come quella repubblicana, che ha sempre posto al centro il nesso tra libertà, responsabilità e sviluppo, la sfida è dunque quella di spezzare questo circuito, restituendo alla politica la capacità di decidere e di programmare, nella consapevolezza che solo attraverso scelte chiare e coerenti è possibile costruire un percorso di crescita solido e duraturo.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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