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La caduta di Algeri

Bisogna chiedersi se l’onorevole Meloni, in visita ad Algeri mentre cadono le teste del suo partito nel governo, abbia compreso davvero cosa sia successo. Cioè, che la società di Delmastro con la figlia di un condannato per affiliazione mafiosa, tra l’altro c’era anche un vice presidente del consiglio regionale piemontese fra i soci, non era una leggerezza, una ingenuità come pure aveva detto. Non è possibile che un sottosegretario alla Giustizia non sappia con chi si mette in società per affari, soprattutto dopo aver visto le foto circolate in questi giorni dove Delmastro è ritratto abbracciato con il ristoratore in questione. Gianni Alemanno per essersi trovato accanto al tavolo di un ristorante dove mangiava un boss di quartiere, ebbe problemi piuttosto seri.

di Riccardo Bruno | 26 Marzo 2026

Algeri la bianca, dovrebbe essere ancora un ottimo posto dove trovarsi a riflettere. Adagiata sul mare, vi si spense l’impero francese dopo cento trent’anni di dominio e appena esci dalla città, trovi i resti delle colonne di quello romano poste ai confini del deserto. Quando i coloni francesi, i pied noirs, se la videro male, famiglie sgozzate, bar e ristoranti saltati per aria, confidarono nel ritorno di De Gaulle, al potere. “Io vi capisco” disse loro il generale invecchiato e li abbandonò seduta stante al loro destino.

Bisogna chiedersi se l’onorevole Meloni, in visita ad Algeri mentre cadono le teste del suo partito nel governo, abbia compreso davvero cosa sia successo. Cioè, che la società di Delmastro con la figlia di un condannato per affiliazione mafiosa, tra l’altro c’era anche un vice presidente del consiglio regionale piemontese fra i soci, non era una leggerezza, una ingenuità come pure aveva detto. Non è possibile che un sottosegretario alla Giustizia non sappia con chi si mette in società per affari, soprattutto dopo aver visto le foto circolate in questi giorni dove Delmastro è ritratto abbracciato con il ristoratore in questione. Gianni Alemanno per essersi trovato accanto al tavolo di un ristorante dove mangiava un boss di quartiere, ebbe problemi piuttosto seri.

Quanto alle dimissioni dell’onorevole Santanchè, si sarebbero potuto ottenere anche tre anni fa, oppure rinunciarle a chiedere proprio oggi, dal momento che il caso Santanché non ha avuto alcuna influenza sul voto, anzi. La Lombardia, dove l’onorevole Santanchè è di casa, è una delle poche Regioni in cui il Sì ha avuto successo. Infine le dimissioni della dottoressa Bartolozzi, piuttosto penose. Si dimette il capo di gabinetto del ministro perché andata in televisione a rivelare il pensiero del suo titolare. Nordio doveva dimettersi semmai e dal caso Almasri, una delle peggiori figure di questo governo.

E sì che il Movimento sociale, di cui Fratelli d’Italia ha riesumato, il simbolo, faceva i banchetti davanti al tribunale di Milano per fischiare gli inquisiti che si recavano ad udienza. Inquisiti, che a parte pronti a dimettersi subito davanti ad un avviso di garanzia, modificarono la costituzione per consentire le inchieste nei loro riguardi. Anche su questo c’è da pensare. Chi avrà mai più il coraggio di riformare la Giustizia? Si potrebbe per lo meno ripristinare, nella sua originalità, l’articolo 68 della Costituzione repubblicana. Anche se alla Anm darebbero di matto, almeno non si metterebbero a strepitare che vengono offesi i padri costituenti. Per i padri costituenti un giudice non poteva indagare un parlamentare nel mentre delle sue funzioni, se non in flagranza di reato.

Quali che fossero le traversie della classe politica di allora, né Forlani, né Andreotti, né tantomeno Craxi, se ne sarebbero usciti dicendo che la magistratura inquirente impediva loro di governare. Cosa che l’onorevole Meloni invece ha detto. Da cui se ne deduce che il suo rapporto con la Giustizia è più grave di quello avuto da democristiani e socialisti negli anni e che ricalca direttamente la situazione di Silvio Berlusconi.

Allora avranno ragione di esultare coloro che dicevano, cosa ci importa del referendum, questa è l’occasione di dare una botta al governo. No, è il contrario. L’occasione è sprecata, perché un governo sull’orlo del fallimento. proverà a riorganizzarsi. Avesse vinto il Sì. Meloni, Santanché, Del Mastro, Nordio, starebbero ancora tutti lì a pavoneggiarsi fino alle elezioni politiche, ignari ed illusi di cosa li attende.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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