
Washington. Non è più una sequenza di episodi isolati. Attorno a Donald Trump si registra una serie di uscite che coinvolge figure con ruoli operativi e politici, segnale di una tensione crescente dentro l’amministrazione.
Tra i casi più recenti, Joe Kent ha lasciato l’incarico dopo divergenze sulla gestione del dossier Iran, uno dei fronti più delicati per la sicurezza nazionale. Sul piano della politica estera, anche Michael Anton si è progressivamente defilato, prendendo distanza dalla linea adottata.
A queste uscite si aggiunge quella di Richard Grenell, storico alleato del presidente, che ha abbandonato il proprio ruolo dopo mesi di attriti. Ancora più rilevante, sul piano politico, la rottura con Marjorie Taylor Greene, figura di riferimento dell’area più fedele al trumpismo.
Nel frattempo si registrano dimissioni e sostituzioni anche nei livelli intermedi dello staff, meno visibili ma fondamentali per il funzionamento della macchina amministrativa.
Il quadro si complica con l’apertura del noto fronte istituzionale con la Federal Reserve. Trump ha intensificato le critiche nei confronti del presidente Jerome Powell, accusando la banca centrale di ostacolare la crescita economica e sollecitando un cambio di rotta nella politica monetaria.
Lo scontro con la Fed tocca uno dei pilastri dell’equilibrio economico statunitense, l’indipendenza della banca centrale. Mettere pressione su questo terreno significa esporsi a reazioni immediate dei mercati e aumentare l’incertezza in una fase già delicata.
Nel complesso, l’uscita di figure chiave e il confronto aperto con la banca centrale delineano un contesto più instabile rispetto alla fase iniziale. Non è solo turnover. È una dinamica che riguarda insieme la tenuta interna della squadra e il rapporto con i centri di potere istituzionale.
Trump sembra voler piegare la linea di comando americana a una logica più personale, più verticale, dove il potere si concentra e il dissenso pesa meno. Una visione che sfiora modelli dispotici, dove la fedeltà conta più del confronto.
Ma gli Stati Uniti non sono un sistema fragile. Sono una democrazia costruita su equilibri, contrappesi, istituzioni che resistono proprio quando vengono messe sotto pressione.
La partita vera è tutta qui: fino a che punto si può spingere senza rompere quel meccanismo. Speriamo solo che tenga.
Piero Terracina

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