
Nel dibattito sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti si registra in queste settimane una presa di posizione che merita attenzione. Giuliano Pisapia, Antonio Di Pietro, Goffredo Bettini e Stefano Ceccanti – personalità diverse per storia e sensibilità politica – hanno richiamato l’attenzione su un punto che rischia di essere dimenticato nel frastuono della polemica quotidiana: le radici culturali della riforma della giustizia italiana.
Non si tratta di un dettaglio.
Perché il principio della distinzione tra chi accusa e chi giudica non nasce oggi, né è un’invenzione dell’attuale governo. Affonda invece le sue radici nella stagione delle grandi riforme della giustizia promosse alla fine degli anni Ottanta dal ministro Giuliano Vassalli.
La riforma del codice di procedura penale del 1988 rappresentò una svolta storica. L’Italia passò da un sistema di impronta inquisitoria a un modello di tipo accusatorio, più vicino alle democrazie occidentali.
Il principio ispiratore era semplice: nel processo penale devono esserci parti contrapposte e un giudice terzo.
Un’impostazione che implicava, almeno sul piano culturale, una più netta distinzione tra la funzione del pubblico ministero e quella del giudice.
In quegli anni una parte significativa della sinistra italiana guardava con favore a questo percorso. Non lo viveva come una minaccia all’autonomia della magistratura, ma come un passaggio coerente con l’evoluzione di un sistema processuale più garantista.
Non è un caso che figure come Giuliano Pisapia e Stefano Ceccanti abbiano richiamato proprio quella stagione riformatrice.
Il punto non è stabilire se la proposta contenuta nella riforma Nordio sia perfetta o meno. Ogni riforma è per definizione migliorabile.
Il punto è ricordare che la discussione sulla separazione delle carriere non nasce oggi e non appartiene esclusivamente alla cultura politica del centrodestra.
Per anni è stata oggetto di riflessione anche nel campo progressista.
Antonio Di Pietro, magistrato simbolo della stagione di Mani Pulite e poi leader politico, ha più volte sostenuto la necessità di rafforzare la distinzione tra chi indaga e chi giudica proprio per garantire maggiore equilibrio nel processo.
Non si tratta dunque di una battaglia ideologica, ma di una questione che riguarda l’architettura dello Stato di diritto.
Eppure nel dibattito politico di oggi sembra essersi smarrita questa memoria.
La separazione delle carriere viene spesso rappresentata come una riforma punitiva nei confronti della magistratura o come un tentativo della politica di indebolire l’azione dei pubblici ministeri.
Una lettura che semplifica e radicalizza uno scontro che dovrebbe invece restare sul terreno delle istituzioni.
La storia delle riforme della giustizia italiana insegna che i cambiamenti più importanti sono nati proprio quando si è riusciti a superare le appartenenze di parte e a ragionare nell’interesse dell’equilibrio costituzionale.
La riforma Vassalli fu uno di quei momenti.
Per questo il richiamo di Pisapia, Di Pietro, Bettini e Ceccanti ha un valore che va oltre la contingenza politica.
Ricorda alla politica italiana che la coerenza delle idee dovrebbe pesare più della convenienza del momento.
E ricorda anche che la giustizia non dovrebbe mai diventare terreno di scontro identitario tra destra e sinistra.
È un pilastro dello Stato.
E come tale meriterebbe una discussione meno ideologica e più fedele alla memoria delle riforme che hanno contribuito a costruire il nostro sistema democratico.
Cesare Mannucci

[…] o come un tentativo della politica di indebolire l’azione dei pubblici ministeri. Una lettura che semplifica e radicalizza uno scontro che dovrebbe invece restare sul terreno delle istituzioni. Illustri giuristi e […]