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Vannacci e i fascino della semplificazione radicale

Dunque, tanto tuonò che piovve. Roberto Vannacci esce dalla Lega, partito col quale non era mai nato un particolare feeling (e che il Generale ha forse consapevolmente usato come veicolo per lanciarsi in politica), e fonda un partito di estrema destra, Futuro Nazionale. Lo schiera al Parlamento Europeo nel Gruppo delle Nazioni Sovrane, assieme alla AfD tedesca, insomma una posizione che più a destra non si può. Che si può riassumere proprio scorrendo le cinque motivazioni che sono state poste per la scelta di questo posizionamento europeo.

di Lorenzo Colovini | 9 Marzo 2026

Dunque, tanto tuonò che piovve. Roberto Vannacci esce dalla Lega, partito col quale non era mai nato un particolare feeling (e che il Generale ha forse consapevolmente usato come veicolo per lanciarsi in politica), e fonda un partito di estrema destra, Futuro Nazionale. Lo schiera al Parlamento Europeo nel Gruppo delle Nazioni Sovrane, assieme alla AfD tedesca, insomma una posizione che più a destra non si può. Che si può riassumere proprio scorrendo le cinque motivazioni che sono state poste per la scelta di questo posizionamento europeo. In sintesi:

  1. Sovranità nazionale e difesa delle identità nazionali in contrapposizione a ogni tentativo di mettere in atto una postura europea (comune) nel mondo. Da qui, corollario naturale, feroce avversione per ogni forma di sostegno all’Ucraina sulla base, appunto, della considerazione che sono problemi loro.
  2. Valorizzazione dell’imprinting greco-romano comune. Punto per la verità che contraddice, almeno in parte, quello precedente. Per l’ovvia considerazione che se si intende valorizzare le comuni origini culturali (e razziali) è poi quantomeno discutibile esaltare le differenze ovvero le singole identità nazionali. Le due cose non stanno insieme.
  3. Semplificazione burocratica, meno tasse e Stato il meno invasivo possibile.
  4. Il Green Deal è una grande bugia, l’emergenza climatica non esiste.
  5. Forte politica di reimmigrazione.. tutti gli immigrati se ne tornino a casa loro.

Sarebbe fin troppo semplice fare dell’ironia ma se si vuole cercare un fil rouge che unisce questi punti, e dunque cercare di profilare l’elettore tipo di questa formazione, si può tentare di trovarlo in due pilastri. Il primo è un marcato atteggiamento di chiusura, che talvolta sfiora l’egoismo, in linea con un’impostazione di destra radicale. Prevale una visione ristretta, concentrata sull’interesse individuale e immediato: da qui la difesa rigida dei confini nazionali, l’avversione verso qualsiasi cessione di sovranità e l’assenza di disponibilità ad assumersi responsabilità collettive. L’Ucraina è sotto attacco della Russia? Non ci riguarda direttamente. Le migrazioni sono legate agli squilibri economici globali? È un problema di chi parte, non nostro.

Il secondo pilastro è una tendenza alla semplificazione della realtà. Un meccanismo mentale che riduce o elimina la complessità dei fenomeni (vizio purtroppo, va detto, non certo esclusivo di Futuro Nazionale). La crisi climatica impone una revisione dei modelli di sviluppo? La transizione energetica comporta costi e difficoltà? Si liquida la questione negandone l’esistenza o presentandola come il frutto di esagerazioni ideologiche. La convivenza con culture diverse genera tensioni? La soluzione proposta diventa semplicemente l’allontanamento. La stessa infastidita indifferenza per l’Ucraina nasce dall’idea che Putin non vuole invadere noi. La circostanza che la Russia rappresenta a tendere una minaccia esistenziale per tutta l’Europa – e dunque nel difendere l’Ucraina difendiamo anche noi stessi – non è presa in considerazione. Un ragionamento troppo articolato, troppo poco immediato. Così la prospettiva rigidamente nazionalistica esclude del tutto l’elementare evidenza che senza una forma di unione europea siamo destinati ad essere vasi di coccio tra vasi di ferro. Ancora una volta, il passaggio logico (ancorché certo non ci voglia un fine analista geopolitico per coglierlo) è troppo indiretto e poco lineare.

Tralascio di entrare nel merito delle conseguenze dirette che avrà la nascita di Futuro Nazionale nello scacchiere politico italiano – già oggetto di analisi anche molto sottili – e tento qualche considerazione di carattere generale.

La prima è una questione di puro principio: è un bene o un male, per il funzionamento della politica, che esista un partito siffatto? Chiariamo: un partito del genere – mi prendo la responsabilità di un giudizio tranchant – per me inconcepibile sia per la postura etica (su cui sorvolo) sia per le posizioni populiste e sovraniste che se messe in atto precipiterebbero l’Italia in un disastro epocale, ha un senso e una funzione? D’istinto direi di sì. Perché la democrazia ha regole ferree e, se esiste una fetta di elettori che si riconosce nel suo messaggio, il convogliare quel consenso in un contenitore specifico costituisce un elemento di trasparenza. Per la banale considerazione che, ove non esistesse, quegli elettori voterebbero altri partiti, i meno lontani, condizionandone la politica e le scelte. Meglio, dunque, che la rappresentanza di certe istanze venga affidata a un contenitore chiaro piuttosto che vada ad ammorbare altri partiti.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e le controindicazioni stanno nella composizione che gli analisti di flussi elettorali (mi riferisco in particolare a uno studio di YouTrend) assegnano allo (ahimé) strabiliante 4% di cui Futuro Nazionale è accreditato. Secondo questi osservatori quel 4% viene sottratto per circa metà a FDI e Lega e in parte minore (ma non irrilevante) al Movimento 5stelle. E fin qui tutto bene, si attua il processo di cui sopra, liberando quei partiti dagli inevitabili condizionamenti di una parte del loro elettorato. Ma per l’altra metà parrebbe che peschi nell’astensionismo. Dando voce a posizioni così estreme che fino ad ora non trovavano un’offerta politica per loro soddisfacente. Io temo che questa teoria sia credibile. E penso pure che sarebbe valida anche nella parte opposta del quadro politico: se nascesse all’estrema sinistra un partito tipo La France Insumise di Mélenchon, portatore di un messaggio antieuropeo, sovranista, antiliberale, di spesa pubblica senza controllo, antioccidentale e di sospette simpatie putiniane, è verosimile che pescherebbe anch’esso nell’elettorato dormiente.

In sintesi, è tutto naturalmente da verificare ma è possibile, se non verosimile, che il fenomeno Vannacci ci riveli che almeno una parte di coloro che oggi disertano le urne lo facciano non tanto perché schifati dallo spettacolo che offrono quotidianamente i partiti, non solo per accidia e indifferenza ma anche perché i partiti tradizionali (ognuno in modo e misura diversa) sono costretti a rappresentare posizioni  che in qualche modo fanno i conti  con  la  realtà, con i vincoli e gli obblighi di bilancio, della posizione internazionale, dei rapporti di forza, dei principi etici e valoriali ecc. Esiste, temo, una parte di popolazione che questi vincoli non li percepisce come tali e si balocca in un mondo semplice e illusorio, con una chiusura mentale spaventosa e sovente ontologicamente violenta (basti vedere la ferocia di certi commenti sui social). E aspetta il pifferaio giusto per convincersi di avere ragione.

In definitiva, il fenomeno Vannacci è forse uno specchio delle tensioni profonde della società italiana: l’attrazione per semplificazioni radicali rivela la fragilità di un elettorato sospeso tra disillusione, bisogni emotivi e limiti strutturali della democrazia. Non una bella situazione.

Lorenzo Colovini

Vannacci e il fascino della semplificazione radicale
Pubblicato in : Editoriale

Info Lorenzo Colovini

Lorenzo Colovini, nato a Venezia nel 1959, vi ha sempre risieduto tranne alcuni periodi per lavoro. Laureato in ingegneria elettrotecnica nel 1984 all’Università di Padova, sposato con due figli gemelli (ormai 25enni) lavora all’Enel, settore Distribuzione, da 1987. Ha svolto per circa 20 anni incarichi nel territorio per poi passare ad attività di carattere nazionale nel International Business Development, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. Sempre come business developer di Enel, ha vissuto a Pechino per circa un anno e mezzo (2008-2009). Collaboratore fisso della testata on line Luminosi Giorni, rivista di cultura politica con particolare attenzione a temi dell’area veneziana. Fa parte del Direttorio di UNAeUNICA, associazione trasversale nata per contrastare l’ipotesi di divisione del Comune di Venezia nelle due parti di acqua e di terra.

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