
La cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici si è aperta, come da copione, sotto il vessillo della pace. Una parola evocata, celebrata, applaudita. Ma non praticata. Perché il vero messaggio di pace, quello concreto e non simbolico, sarebbe stato uno solo: permettere agli atleti russi di partecipare. Non è forse un principio universalmente condiviso che i figli non debbano pagare per le colpe dei padri? È lo stesso principio che invochiamo ogni volta che denunciamo discriminazioni e stigmatizzazioni collettive, salvo poi dimenticarlo quando diventa scomodo. Quale Paese, quale istituzione può oggi arrogarsi il diritto di giudicare con tanta sicurezza? Per decenni abbiamo accettato l’idea di un Occidente depositario di valori superiori, nonostante le sue evidenti contraddizioni. Ma immagini come quelle di Minneapolis hanno definitivamente incrinato quella narrazione morale. Eppure, anche davanti a queste crepe il Comitato Olimpico ha scelto la via più semplice: allinearsi, punire simbolicamente, evitare il rischio. Così la retorica olimpica della pace con la “P” maiuscola si è trasformata in una rappresentazione ipocrita, dove lo sport diventa strumento di sanzione politica invece che spazio neutrale di incontro. Un’occasione storica è stata mancata. Le Olimpiadi avrebbero potuto farsi promotrici di un gesto forte, di un appello universale al cessate il fuoco affidato al Segretario generale delle Nazioni Unite, restituendo allo sport la sua funzione originaria: parlare ai popoli oltre i governi. Invece si è scelto il silenzio travestito da prudenza. Un silenzio che pesa, soprattutto per una popolazione martoriata come quella ucraina, a cui non giova l’esclusione simbolica di chi scende dalle piste innevate, corre, salta o nuota sotto un’altra bandiera. Ancora una volta la politica ha vinto sul coraggio. Ancora una volta si è persa l’occasione di mostrare il volto più autentico dello sport. Quello immaginato da Pierre de Coubertin, oggi evocato, ma tradito.
Angelo Santoro

Lascia un commento